Colori suonati. Intervista a Panoram
-
Riccardo Papacci
- 31 Gennaio 2022
Acrobatic Thoughts è uscito il 14 gennaio e so già che rientrerà nei miei dischi dell’anno 2022. D’altronde neanche un anno fa usciva per la romana Union, Pianosequenza Vol.1, che era uno strano oggetto col quale confrontarsi, così pieno di atmosfere spiazzanti, caratterizzato dalle sue divagazioni pianistiche notturne e solipsistiche, dalle quali era impossibile non restare affascinati. Si spera sia solo il primo di una lunga serie. Raffaele Martirani, in arte Panoram, è l’autore di questi e di altri dischi.
Attivo da più di dieci anni nella musica, vanta collaborazioni con uno dei più interessanti musicisti indie degli ultimi anni, l’americano Amen Dunes. Tra un disco e l’altro ha trovato il tempo di tirare su un’etichetta di tutto rispetto, la Wandering Eye, ma anche di tributare singolari omaggi a una pianta particolare, dotata senza dubbio di moltissime qualità, non necessariamente ascrivibili all’ecologia.
Difficile non notare un certo eclettismo, una certa anarchia nel vagare da un ambito all’altro della musica. Probabilmente uno dei punti di forza di Acrobatic Thoughts è anche questo: un notevole insieme di suoni diversi che riesce in qualche modo ad amalgamarsi senza mai far perdere completamente la bussola dell’ascolto a chi vi ci si imbatte. Indubbiamente, un certo straniamento è voluto. Poco sopra si parlava di erba, ma in realtà basta dare uno sguardo all’apparato visivo che incornicia ogni sua produzione – comprese quelle degli altri musicisti usciti per la sua etichetta. Colori acidi e a volte accecanti, forme che a volte sono nitidissime, altre volte appena abbozzate.
Acrobatic Thoughts suona proprio così, con le sue melodie iper-dissonanti che fuoriescono da synth quasi hauntology, centrifugati da una certa attitudine shoegaze. Non a caso i nomi che vengono in mente sono i Boards of Canada, l’Aphex Twin più ambientale, alcuni accademici mai troppo rivalutati dall’accademia stessa (tipo David Borden), ma anche molto underground radicale, come ad esempio i lavori solisti di Seth Graham. Senza dubbio un tipo di musica lisergica che in qualche modo ha molto a che fare con le immagini. Ma forse questo è solo uno stupido acrobatic thought. Per saperne di più ne ho parlato direttamente con Panoram.
Da quanto tempo ti sei trasferito a New York? Se posso chiedertelo, perché?
Sono stato a New York per un paio di anni, anche se uno di questi due anni l’ho passato in giro tra Stati Uniti e Europa, ma per adesso sono tornato in Italia. Il motivo principale è stato il dover suonare dal vivo con Amen Dunes, ma sono anche andato lì perché dovevo registrare un album per Mexican Summer, un’etichetta americana che sta proprio a Brooklyn (disco che poi non è più uscito, tra l’altro). Inoltre la mia compagna è per metà americana e volevamo comunque spostarci e vivere un periodo negli Stati Uniti.
Come è nata la tua amicizia con Amen Dunes?
Damon mise un mio disco, Everyone Is A Door, in una chart per qualche rivista che ora mi sfugge. È così che ho scoperto la sua musica. Gli scrissi per dirgli che mi piaceva molto quello che faceva e cominciammo a conoscerci via mail. Un paio di anni dopo mi parlò di un nuovo album che stava scrivendo (Freedom) e mi disse che gli sarebbe piaciuto farmi lavorare al disco, chiedendomi di scrivere parti di piano e synth sui pezzi che aveva registrato, senza darmi indicazioni. Dopo circa un anno venne a Roma, a casa mia, per farmi registrare la intro e per finire assieme la traccia L.A. che chiude il disco. Poco prima dell’uscita di Freedom mi chiese di suonare dal vivo con lui, inizialmente dovevano essere un paio di brevi tour. Alla fine furono cento date nel giro di un anno e mezzo. Abbiamo condiviso una infinità di alti e bassi durante quel periodo, ma penso che l’amicizia sia nata il primo giorno che ci siamo conosciuti. Mi sembra di conoscere Damon da sempre anche se sono solo una manciata di anni.

Il tuo ultimo disco è davvero bello e raffinato. Mi sembra che già dal precedente uscito per Union avessi cambiato un po’ il tuo modo di fare musica. Sbaglio?
Grazie, non so se è cambiato o meno. Sicuramente dopo aver avuto due anni di pausa dove non ho praticamente mai registrato nulla è come se avessi avuto una serie di nuove immagini che si erano accumulate dentro di me e che ho riversato negli ultimi dischi. In quei due anni sono successe cose che certamente mi hanno cambiato e forse, di riflesso, è cambiato il modo di approcciare quello che faccio. Sicuramente smettere per un periodo di fare cose mie, e stare così a stretto contatto con musica di qualcun altro (Amen Dunes), ha fatto crescere dentro di me la voglia di tornare sul mio progetto con una consapevolezza diversa.
Com’è nata la collaborazione con Union?
Conosco Giandomenico da più di venti anni. Ci siamo sempre incrociati ma è solo recentemente che abbiamo cominciato a frequentarci. Mi chiese se volevo prendere parte a questo nuovo progetto al quale stava per dare inizio. La storia è che il disco doveva essere diverso ed era praticamente pronto ma pensavo che per Union dovevo fare qualcosa di completamente nuovo. Questo è quello che ti comunica Giandomenico quando ti parla, la volontà di spostare lo sguardo da dove sei abituato a guardare. Per me è stato un grandissimo stimolo avere questo “canovaccio vergine” sul quale è nata l’idea di cominciare la serie Pianosequenza.
Mi piacerebbe sapere come lavori sui tuoi brani. Quando ti accorgi di aver completato un pezzo? Alcuni tuoi pezzi sembrano abbozzi, ma abbozzi che potrebbero durare anche venti minuti. Non so se mi sono spiegato…
Lavoro sempre a tante cose contemporaneamente. Spesso le idee vengono buttate giù e poi accantonate per mesi o anni. È un continuo mischiarsi di cose nuove e vecchie. Approccio i miei lavori come se fossero immagini fisse nel tempo. Più sculture o quadri che non brani musicali. Ascolto le stesse battute per ore, per cercare magari di accostare due riferimenti per far affiorare l’immagine che ho in mente. Ecco, mi piace usare riferimenti musicali, cose già fatte e assorbite per posizionarle all’interno di una scena. Ma non mi ritengo affatto un musicista. Forse è per quello che i pezzi suonano ripetitivi o “abbozzati” da un punto di vista musicale come dici, ma effettivamente non penso mai a fare “solo” musica quando registro qualcosa. La mia volontà è di usare dei frammenti musicali per arrivare a qualcosa che non è esclusivamente legato al mondo del suono. Mi sento un po’ un montatore video… Comunque, per rispondere alla tua domanda, il pezzo finisce quando vedo che ha preso la sua forma.
Cosa intendi dire con il titolo Acrobatic Thoughts? In generale cosa c’è dietro l’album, concettualmente parlando?
Penso che un gesto acrobatico possa essere qualcosa di ammirevole ma anche di completamente ridicolo. Mi piaceva l’idea di applicarlo al mondo del pensiero e delle idee. È un titolo che lascia aperte più interpretazioni.
Il disco è uscito da poco, ma mi sembra che sia stato accolto già con molto interesse. Posso chiederti se trovi delle differenze tra l’Italia e l’estero, almeno dal punto di vista della ricezione e dai feedback che ricevi? Ho visto che è stato segnalato e poi ben recensito da «Pitchfork», ad esempio…
Non so bene spiegarti la differenza. Penso che il progetto sia rimasto abbastanza oscuro per molto tempo e la ricezione sia stata simile sia in Italia che fuori. Non mi sento legato a nessuna scena sinceramente, e mi piace così.
Mi sembri molto interessato all’immagine e alla dimensione “visiva” della musica. Le copertine dei tuoi album sono caratterizzate da colori sgargianti e acidi e da forme a volte definite, altre volte molto ambigue. Ti andrebbe di dirmi qualcosa al riguardo?
È sicuramente vero. È molto difficile per me trovare una immagine che rappresenti un disco, perché deve essere la somma di tutte le immagini che per me rappresentano i singoli pezzi. Non è facile per niente ma ho sempre avuto persone intorno a me che mi hanno aiutato in questo.
Questo disco è un disco, sostanzialmente, ambient. Ti senti un musicista di questo genere? Cosa rappresenta per te questo genere?
Non saprei, non mi sento un musicista ambient. Vedo Panoram come una lente dalla quale vedere diversamente varie cose, probabilmente anche la musica ambient.
Perché hai sentito l’esigenza di mettere su una tua etichetta? Qual è l’idea che sta alla base di questa?
Per avere il modo di far uscire cose che mi piacevano di altri e avere il lusso di fare uscire cose mie senza aspettare troppo tempo.
Un’ultima domanda su Acrobatic Thoughts. Posso chiederti quali sono stati i tuoi riferimenti per questo disco? Insomma, a quali dischi pensavi mentre lo componevi o eventualmente a quali dischi hai pensato una volta chiusi determinati pezzi.
Cerco sempre di non pensare ad altri dischi quando ne sto facendo uno, per preservare il più possibile quello che ho in testa, quindi non ci sono stati dischi in particolare ai quali mi sono ispirato. Come ti dicevo la spinta maggiore l’ho avuta nel tornare a concentrarmi sulle mie cose dopo un lungo stop.
Quanto è stato importante per te scoprire l’universo della library music?
Ho solo amici che sono collezionisti e il concetto di library mi è sempre arrivato un po’ di rimbalzo. Sono invece legato all’idea di “background music” o “incidental music”, che si differenzia da ciò che può essere utilizzato in film o televisione come le library. Sai la famosa musica di attesa durante una telefonata con la banca? Tutto ciò che è pensato quasi per non essere realmente ascoltato esercita un grande fascino su di me.
Abbiamo parlato del rapporto tra immagine e musica. Ti andrebbe di parlarmi un po’ del tuo rapporto in generale con l’arte? Se non sbaglio hai anche dei trascorsi nell’arte…
No, non ho dei trascorsi nell’arte… è molto difficile tracciare dei confini e stabilire cosa sia o non sia considerabile arte oggi. Penso abbiamo una capacità innata di farci colpire da qualcosa che artisticamente è potente; è una capacità che va esercitata perché viviamo in un’epoca fatta di sovrastrutture molto stratificate ed è difficile approcciarsi ad un’opera in maniera libera. Penso che sia un discorso valido sia da creatore che da fruitore. Molta arte utilizza queste sovrastrutture come uno strumento per colpire l’osservatore. Penso che il “concetto” sia uno strumento di potere che si collega comunque ad un’idea di “spiegazione” dell’arte che a me non interessa. Va esattamente contro il mistero che l’arte può suscitare quando è limpida, lontana da referenze esplicite o sa nasconderle sufficiente bene.

Che rapporto hai avuto e continui ad avere con la tv? Ha influenzato in qualche modo la tua musica?
Ho guardato tanta tv da bambino, è incredibile pensare quante ore di assorbimento passivo abbiamo vissuto… mia madre ci faceva vedere molte “rock operas” degli anni Settanta e c’era sempre il momento dove la cassetta veniva fermata perché non vedessimo una determinata scena… questa cosa ha sviluppato una certa fantasia che adoperavo per cercare di “unire i punti” e immaginare cosa accadesse in quelle scene. Mi ricordo questa cosa in particolar modo con The Wall e la scena con bambini e il tritacarne. Ovviamente mia madre non riusciva sempre a fermare in tempo la cassetta e ricordo i frammenti di queste scene (immagini che preludevano qualcosa di proibito) che rimanevano appese nel televisore per qualche secondo. Non saprei se c’è stata una influenza diretta della televisione sulla mia musica. La tv di quegli anni iniziava il processo di imposizione di un modello di vita e di società folle. Le modalità languide e bugiarde con le quali questo modello veniva proposto sono sicuramente qualcosa che è rimasto dentro di me.
Internet conserva un grandissimo magazzino di materiale audiovisivo. Vorrei sapere se sei solito andare alla ricerca di spunti mediante la rete…
Mi piace ascoltare i monologhi di persone in là con gli anni che usano YouTube come un diario e vedere come spesso questi canali, nonostante abbiano video visualizzati una manciata di volte, contino centinaia di video che vengono costantemente aggiunti. È la documentazione della vita fine a sé stessa. L’idea che non è vero ciò che non è su internet. È molto affascinante. È triste vedere come la voglia di “Metaverso” sia più forte e radicata di quanto non pensiamo. Come diceva Bowie, internet è la forma di vita aliena che stavamo aspettando da sempre.
Per concludere, sarei curioso di sapere che rapporto hai in generale con il passato. Riallacciandomi all’ultima domanda, questo immenso materiale che abbiamo a disposizione su internet, trovi possa riattualizzato in qualche modo attraverso qualsiasi forma d’arte, o preferiresti trovare ispirazioni più legate al presente e al futuro?
Penso che le stesse energie si presentino sotto forma diversa in ogni epoca, per cui qualsiasi materiale può essere di ispirazione. Tornando alla domanda di prima sull’arte penso che l’importante per me sia iniziare a fare qualcosa senza pensare al presente, al passato o al futuro.
