ph Marie Staggat

Il futuro pop dell’house old school

Il cognome già basterebbe a fugare ogni perplessità, e di certo non per merito solo dell’algida onomatopea teutonica. Volente o nolente, si tratta ormai di un marchio di fabbrica a tutti gli effetti in ambito di musica techno, impossibile da non ricondurre ai due fratelli-coltelli che grazie a Berlin Calling hanno catalizzato sulla città tedesca le attenzioni mediatiche più largamente mainstream dei clubber di ogni dove. Ma un’etichetta di successo, in molti casi, è uno scettro che può facilmente tramutarsi in un fardello di proporzioni cosmiche, specie quando il rischio è quello di venire uniformati come un’unica entità alla personalità artistica di un consanguineo.

Fritz Kalkbrenner sembra non essersi mai curato troppo del problema. Cantore profetico dell’inno pop-house per eccellenza, Sky And Sand, pur dovendo gli effettivi riconoscimenti al fratello per il decollo della sua carriera (o il fratello alla sua, chi l’ha detto poi!), ha fin da subito intrapreso un percorso musicale volutamente autonomo ed autosufficiente rispetto al trend familiare. Puntando tutto sul caldo e squamoso timbro baritonale e facendone il fulcro delle sue produzioni come chiave di accesso ai cuori più ricettivi del pubblico di massa, già dal primo LP, Here Today Come Tomorrow, miete consensi a livello mondiale come il neofita contemporaneo del nuovo filone techno-soul.

E, tanto per ribadire il concetto, a Maggio del 2012 se ne esce con un mix, Suol Mates, che è come un promemoria di tutto quel variegato background old-school che lo ha influenzato fin dagli esordi. Un po’ come se volesse ricordare a se stesso e a noi quanto lontana anni luce sia la sua house dalla fredda minimal-techno berlinese che naturalmente si associa alle declinazioni musicali di matrice nordica, e, diciamocelo, anche ai proseliti di Paul. Filosofia, del resto, ulteriormente sviluppata anche nell’ultimo album uscito a fine 2012, Sick Travellin’, che, pur non apportando elementi di particolare novità, conferma con maggiore organicità e senso critico il cammino finora affrontato.

Ad oggi, alle porte dell’Atomic Event che il 23 Febbraio lo ha visto protagonista al Viper Theatre di Firenze in occasione del suo Sick Travellin’ World Tour, Fritz ci ha regalato qualche perla proprio in merito alla nuova performance live, dimostrando ancora una volta quale astuto e lungimirante uomo di spettacolo si celi dietro ad un produttore che del talento come cantante ha saputo fare il trampolino di lancio per un’house melodica e accattivante. Il tutto riuscendo ad avvicinarsi al pubblico mainstream senza per questo dimenticare i tributi al passato e rinunciare alla qualità.

In linea con le premesse esposte in Here Today Come Tomorrow, con Sick Travellin’ ti confermi uno dei pochi produttori in grado di mantenersi sottilmente ed elegantemente in bilico tra pop music e club culture, e non solo grazie alle tue indubbie capacità di cantante. Come intendi coniugare questi due aspetti caratterizzanti della tua personalità artistica nell’ambito della performance live? Pista ed orecchio non sempre vanno a braccetto, e ciò che funziona all’ascolto non rende necessariamente allo stesso modo sul dancefloor, soprattutto quando si tratta di pezzi che si avvicinano a vere e proprie canzoni. Dev’essere perciò difficile integrare entrambi gli aspetti con risultati soddisfacenti…

Certamente, è vero che ci sono questi due differenti aspetti dell’essere un artista che si fondono insieme, ma la combinazione di entrambi nella mia testa è molto semplice, perchè di solito mi esibisco suonando i pezzi live in un certo modo e combinandoli con parti vocali cantate direttamente sul momento. Devo dire che mi viene tutto molto naturale e non vedo ostacoli particolari nel congiungere le due cose assieme. Fortunatamente anche il pubblico lo accetta con naturalezza.
Una cosa che faccio, per esempio, durante le mie performance live è dare alle tracce che hanno maggiori features vocali delle parti di batteria e di percussioni aggiuntive per conferire loro un spinta ulteriore, come per dire al pubblico di muoversi di più. Devo ammettere che le persone che vengono ai miei show accettano in egual modo sia i brani più ballabili, che quelli più “pop”. Penso che quello che conta, in sostanza, sia la potenza delle casse del locale dove si suona e l’alto livello di volume, così da da assottigliare, se possibile, questo dualismo.

In Sick Travellin’ dimostri, tra le altre cose, di aver pienamente metabolizzato la lezione del più recente mix di pezzi old school, Suol Mates, che vantava un’originale cover house di Ruby Lee di Bill Withers cantata da te. Ora è la volta di Gill Scott Heron con il funk-divertissement di Willing, che hai furbescamente riadattato. Ad oggi senti di dovere maggiore riconoscimento, a livello di ispirazione, al background soul che ti ha formato come artista? O è solo una naturale risposta alle tendenze più marcatamente house che caratterizzano il mercato discografico dell’ultimo periodo?

Sono abbastanza consapevole di questo trend, o dell’ultima moda, come la vogliamo chiamare, di prendere brani soul o funk, campionarli, metterci sopra un beat ed affermare che questa è una traccia fiammante nuova di zecca. Devo ammettere che mi sento piuttosto infastidito quando la gente non rende il dovuto riconoscimento agli artisti originali da cui prende spunto, rubando dei sample o campionandoli, e spacciandoli per lavori personali quando in effetti non lo sono. Ho scelto la cover di Gill Scott Heron per un motivo naturale e devo dire che farne la mia versione è più un tributo al background che mi caratterizza, piuttosto che una risposta all’hype maggiormente in voga in questo periodo.

Ho letto che in vista del tour hai preparato tutta una serie di visual studiati appositamente per l’occasione. Quanto conta per te, ai fini della buona riuscita di una performance, questo aspetto artistico-visivo? Molti musicisti ne fanno un elemento imprescindibile nell’ambito delle loro esibizioni.

E’ vero, durante i miei show ci sarà un intero set visual. Tutti i contenuti video sono stati realizzati apposta per questo tour. Mi piace e adoro vedere come le cose si evolvono anche in questo senso, è una parte molto importante per me. Ma devo dire che se un artista si concentra maggiormente sui contenuti visivi piuttosto che su quelli musicali, è come se sottilmente affermasse che lo spettacolo in sè non è il massimo ma gli effetti visivi possono colmare le mancanze della performance, e non penso sia il modo giusto di lavorare. La musica e la performance devono comunque avere la priorità, mentre la parte visuale tutt’attorno dovrebbe essere solo un supporto ulteriore. Se le due cose vanno di pari passo è buono, ma nel caso questo non succeda, tutto perde di senso. Sono molto fiero di poter affermare che, per quanto mi riguarda, la mia attenzione è rivolta principalmente alla musica ed allo show, che sarà comunque accompagnato da questi visual eccezionali.

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