The Smile - Magazine, London, 29/01/22 | foto per la stampa di Wunmi Onibudo

Cosa sono questi Smile

Riflettendo sul periodo Kid A e Amnesiac, Thom Yorke ha confessato recentemente che se potesse tornare indietro direbbe a se stesso e ai suoi compagni di non dare retta a quella voce nella testa che urlava di distruggere tutto, perché quello che stava venendo fuori era solo una merda. Vent’anni dopo quei tormenti i demoni creativi sembrano essere stati decisamente esorcizzati: i progetti paralleli e solisti dei membri dei Radiohead hanno rinfoltito nel tempo un elenco in continuo aggiornamento. Così, mentre i fan della band attendono con la solita avida impazienza un nuovo album del quintetto di Oxford, ecco sbucare fuori gli Smile.

È da quasi un anno che, prima con dirette Instagram e indiscrezioni, poi con la partecipazione alla versione bonsai di Glastonbury e i primi singoli pubblicati, stiamo prendendo confidenza con il trio che vede Thom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner dei Sons of Kemet comporre e suonare assieme. Adesso ci ritroviamo ad assistere a un loro concerto che, in tempo di pandemia, significa mettersi davanti allo streaming e, seduti sul divano, guardare e ascoltare gli Smile il sabato sera o la domenica mattina, eccezion fatta per quelli che hanno potuto assistere di persona ai live tenutisi al Magazine di Londra.

The Smile – Magazine, London, 29/01/22 | foto per la stampa di Wunmi Onibudo

Ma, quindi, come suonano questi Smile? Ci sono un bel po’ di questioni da affrontare. In primis, c’è da dire che alcuni suoni – nel senso proprio tecnico di effetti di synth e chitarra – inseguono Yorke e Greenwood. Per esempio il riff di chitarra di The Opposite è sovrapponibile a quello del finale di Identikit, la tastiera di Waving A White Flag sembra uscita da A Moon Shaped Pool. Poi, lo stesso Skinner in alcuni momenti sembra aver fatto suo il tocco di Selway, ma il suo approccio è meno morbido, più granitico – anche se parliamo sempre di geometrie che spesso s’inerpicano su controtempi – ecco, più vicino agli incastri selvaggi degli Atoms For Peace. E qui veniamo all’altro punto, ovvero che gli Smile suonano anche come un compendio di tutto quello che Yorke ha fatto nella sua carriera pluridecennale.

Ritrovo sicuro per i fan? Non proprio. Perché il live, che risente comunque della ruggine di mesi di inattività dal vivo (in We Don’t Know What Tomorrow Brings tocca fermarsi e ripartire), mostra innanzitutto tre polistrumentisti talentuosi che si divertono, lo capiamo dai sorrisi di Yorke e Skinner, mentre Greenwood, che ha smesso di invecchiare da almeno una quindicina d’anni, è sempre impossibile da scrutare bene in faccia. A me è capitato di vedergli accennare un sorriso a un live dei Radiohead, credo sia come assistere a un mezzo miracolo.

Se, come scritto in precedenza, gli Smile ripropongono alcuni suoni recenti della band di Creep, le folate energiche dai connotati rock sembrano non avere voglia di personificare qualcosa di preciso. In questo senso, etichettare il trio è un passatempo inutile e fine a se stesso. Assistere al concerto degli Smile vuol dire guardare gente che si è messa a far musica per esigenza espressiva ed evidente stima reciproca. Insomma, quello che conta sono le canzoni e la qualità certo non manca, qui è messa al servizio di una libertà che forse la formazione minimale, senza il supporto di altri musicisti, amplifica maggiormente.

E allora, spazio ai brani. Al jazz lunare di Pana-vision, all’afrobeat sommesso di The Smoke, all’eterea Speech Bubbles, che quando comincia sembra sia arrivato Apparat a dare una mano e poi prende il volo per planare su arpeggi esotici e scariche di arpa celestiale. C’è il math invasato di Thin Thing, l’arcadica Open the Floodgates e la splendida Free in the Knowledge, un brano ferocemente delicato che, anche se ascoltato davanti a uno schermo, fa il suo effetto, fortunati quelli che hanno visto riempirsi di emozione il Magazine. Qualche incertezza nella voce di Yorke non sporca un’interpretazione struggente. Ma non c’è tempo per rifiatare, perché una tempesta noise si abbatte sul palco e porta dritta alla nevrastemica A Haidryer, dove lo sguardo di Yorke si fa cattivo e sembra di sentire ancora nelle sue orecchie l’eco di quei maialini in stile Gucci che scalciavano e strillavano in Paranoid Android.

The Smile – Magazine, London, 29/01/22 | foto per la stampa di Wunmi Onibudo

C’è poi l’avvolgente gioco di specchi ritmico di Waving a White Flag e di nuovo i nervi in We Don’t Know What Tomorrow Brings, poi gli Smile omaggiano i Radiohead, che non hanno mai pubblicato ufficialmente quella Skrting on the Surface così inquieta e sognante. The Same è in bilico tra inferno e paradiso, The Opposite riprende le suggestioni afrobeat con un piglio più psicotico, e quando arriva l’energia riottosa You Will Never Work in Television Again il set è giunto a termine. Fanno capolino nell’encore i bellissimi tribalismi di Just Eyes and Mouth e la cover di It’s Different for Girls di Joe Jackson.

Quando il concerto finisce si ha la sensazione di essere sospesi, come se questi Smile fossero un enigma da decifrare. Sicuramente i brani su disco saranno più rotondi, ma anche meno emotivi perché tagliati dei momenti strumentali introduttivi e di passaggio classici dei live. Rimangono le bretelle di Yorke, il ciuffo sempre in movimento di Greenwood, gli incastri di Skinner. Restano canzoni che catturano l’ascoltatore/spettatore e lo immergono in un’altra dimensione, anche se solo per poco più di un’ora, anche se solo in streaming. E non è poco.

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