Breve storia dei sequel apocrifi, un fenomeno tutto all’italiana
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Carmen Palma
- 23 Maggio 2023
Italia, fine anni ’70. Il cinema si sta ormai lasciando alle spalle l’epoca degli spaghetti western, mentre trionfano ancora i polizieschi all’italiana e l’horror nostrano si impone sulla scena. L’imminente decennio degli ’80 sta per portare con sé un clima di rinnovata spensieratezza, dopo anni politicamente difficili in cui anche la commedia all’italiana si è fatta cupa, triste, sconsolata. Con l’economia occidentale in crescita, la nascita di nuovi bisogni e l’ascesa delle istanze neoliberiste, l’Italia si è trasformata nella società del benessere e del consumo che guarda piacevolmente oltre Oceano. E questo è chiaro anche al cinema. No, non parleremo di Jerry Calà e di Lino Banfi, ma di un’ondata di film che, per quanto irrilevanti artisticamente, raccontano un fenomeno curioso del Bel Paese: quello dei falsi sequel all’italiana.
Pellicole realizzate con puro scopo commerciale, artisticamente irrilevanti, ma rappresentano uno spaccato simpatico della storia italiana che pure nasconde qualcosa di sorprendente. Come nel caso di Lucio Fulci, che ha lasciato un segno indelebile nel cinema di genere italiano. Tra spaghetti western, commedie sexy e gialli (suo il cult Non si sevizia un paperino), il regista romano diede uno svolta definitiva alla sua carriera quando, nel 1979, diresse Zombi 2. Il suo primo horror, il suo primo successo mondiale. Zombi 2 in origine doveva essere un film horror a basso budget, che fu rifiutato prima da Joe D’Amato (che citeremo ancora in questo articolo) e poi da Enzo G. Castellari.
Nella mente dei produttori del film, Zombi 2 doveva essere una sorta di copia di Dawn of the Dead di George A. Romero (in Italia uscito con il nome di Zombi), la seconda pellicola della serie sui morti viventi. In realtà il film di Fulci ha ben poche affinità con il capolavoro di Romero, ma il titolo Zombi 2 rimase per attirare più pubblico. Anzi, la trama di Zombi 2 sembra essere più un ipotetico prequel di Zombi, concentrandosi più sulle origini haitiane degli zombi. In ogni caso, a differenza degli altri “sequel” apocrifi questo è sicuramente il migliore grazie alla sua violenza iperrealista, con i suoi colori accesissimi e l’ottima colonna sonora, il primo vero esempio di horror totale e situazionista, come lo definì la critica. Tanto da essere citato perfino da Quentin Tarantino in Kill Bill – volume 2 (quando uno dei personaggi viene trafitto in un occhio da una scheggia di legno mentre uno zombie sta assaltando la sua casa).

Zombi 2 è oggi considerato un cult movie dagli amanti dello splatter, e poco importa se la sua realizzazione ha trascinato Fulci in una querelle con Romero stesso, il quale lo accusò di aver cavalcato l’onda del successo dei suoi film e di aver impedito la realizzazione de Il giorno degli zombi (che il regista statunitense dirigerà nel 1985). Dopo il successo di Zombi 2 Fulci si dedicò completamente all’horror girando film come …E tu vivrai nel terrore! L’aldilà! e Quella villa accanto al cimitero, si mise anche al lavoro su Zombi 3 che però fu terminato da Claudio Fragasso e Bruno Mattei, a causa dell’aggravarsi della malattia di Fulci. Zombi 2 e Zombi 3 furono distribuiti nel mercato anglosassone con il titolo Zombie Flesh Eaters e Zombie Flesh Eaters 2.
Claudio Fragasso è un altro nome di punta tra i registi dei mockbuster. Con lo pseudonimo di Clyde Anderson ha girato Non aprite quella porta 3, sequel apocrifo della saga di Leatherface con cui, ovviamente, aveva ben poco a che fare. Girato all’estero con attori americani (tra cui Peter Hooten, scoperto e portato alla fama da Enzo G. Castellari), in realtà Fragasso avrebbe preferito renderlo un thriller psicologico meno violento, ma per volontà dei produttori il film cambiò anima. E così dal titolo originario Night Killer fu rinominato calcando la traduzione italiana (indegna) di The Texas Chainsaw Massacre.
Sotto lo pseudonimo di Drake Floyd, invece, nel 1990 ha diretto Troll 2 che (ovviamente) non è un sequel del film Troll del 1986. E, a dispetto del titolo, non contiene nessun troll nella trama, ma goblin. Anche in questo caso la casa di produzione impose il titolo Troll 2 per poter spingere le vendite facendo credere che si trattasse di un sequel, ma il film di Fragasso e quello diretto da John Carl Buechler non hanno alcun punto in comune, tranne che per alcuni dettagli come il font dei titoli di testa o il fatto che entrambi terminano con un finale aperto. Troll 2 è stato per lungo tempo nella lista Bottom 100 di IMDb, fino a quando nel 2005 è esploso su internet un vero e proprio fenomeno di riscoperta del film (i tempi non erano ancora maturi per definirlo “virale”).
Dal 2006 sono iniziate le proiezioni del film negli Usa, poi Canada, Sud Africa, la Nuova Zelanda, Europa e l’Australia, con i fan vestiti come i protagonisti del film oppure da goblin. Venne organizzato persino un festival dedicato al fenomeno, chiamato “Nilbog Invasion”. Michael Stephenson, l’ex bambino protagonista del film, ha girato un documentario sulla ritrovata fama del film di Fragrasso e sui ritrovi dei fan in tutto il mondo, intitolato Best Worst Movie.

Dopo l’uscita di Troll 2, nel resto del mondo i produttori vollero continuare a sfruttare il successo della saga. E così altri due film (di cui approfondire la trama è irrilevante) si ritrovarono ad essere associati al film originale senza alcun merito: Contamination .7, distribuito negli Usa e in Germania con il titolo di Troll 3 e Troll III: Contamination Point 7 in alcune versioni della VHS americana, e Quest for the Mighty Sword, anche questo intitolato Troll 3 nelle versioni tedesche e Troll 3: The Sword of Power per il mercato americano. Non solo: Quest for the Mighty Sword faceva parte in realtà di un’altra saga, quella di Ator ideata da Joe D’Amato (il regista che rifiutò Zombi 2), che a sua volta era il mockbuster della serie di film di Conan il barbaro. Non sentitevi in colpa se siete confusi.
Non potevano mancare i sequel apocrifi di The Evil dead (La Casa): ben tre film in Italia uscirono utilizzando il nome della saga di Sam Raimi, La Casa 3, La Casa 4 e La Casa 5. Il primo, scritto e diretto da Umberto Lenzi con lo pseudonimo di Humphrey Humbert, tutto sommato aveva una visione interessante, nonostante gli effetti speciali raffazzonati. La Casa 4, uscito nel 1988, era invece diretto da tal Martin Newlin che nel cast riuscì ad ottenere Linda Blair e David Hasselhoff. Infine La Casa 5 fu diretto da Claudio Fragrasso, anche stavolta sotto il nome di Clyde Anderson, che ha girato il film nella casa dove fu girato L’aldilà di Fulci, nello stile un po’ alla Amityville Horror.

Nel 1989 il caro collaboratore di Fragasso, Bruno Mattei, girò (con il nome di Vincent Dawn) il finto sequel di Terminator, chiamandolo Terminator 2 e presentandolo in anteprima al Festival di Cannes. Ovviamente il film di Bruno Mattei non ha nulla a che vedere con la pellicola di James Cameron, anzi, abbonda di riferimenti ad Aliens – Scontro finale del 1986 (ambientato però a Venezia). L’Aliens del 1986, anche questo diretto da Cameron, era il secondo capitolo della saga iniziata nel 1979 da Ridley Scott. Perché non chiamarlo semplicemente Alien 2? Perché quel titolo era stato già utilizzato da Ciro Ippolito.
Nel 1980 Ippolito, il regista partenopeo di Arrapaho, dopo aver visto al cinema Zombi 2 decise di seguire l’esempio di Fulci e girare il suo Alien 2 – Sulla Terra, un falso sequel della pellicola di Ridley Scott ambientato nelle profondità terrestri. Assieme al suo amico e produttore Angiolo Stella, Ippolito si lasció travolgere dall’entusiasmo e trovò in tempi record dei finanziamenti per il suo film. Tuttavia, Ippolito e Stella spesero tutti i soldi offerti loro dai finanziatori esteri (400 milioni di lire). In passato si diceva che i due avessero speso tutto in droga e gioco d’azzardo a Cannes, altri che la cifra servì per risanare un vecchio debito che il regista aveva contratto con la banda della Magliana.
E così il tempo passava e i finanziatori cominciavano a fare domande. Fu allora che Ciro Ippolito si mise alla disperata ricerca di una location. La storia è quella di una speleologa dotata di percezioni extrasensoriali, e così la scelta ricadde sulle Grotte di Castellana, in Puglia. Ippolito, che inizialmente non voleva girare il film da sé, non ebbe neanche il tempo di fare un sopralluogo, perché non fece altro che prendere un dépliant delle grotte e farne alcuni ingrandimenti delle foto. I produttori restarono così affascinati da quelle scenografie che decisero di aumentargli il budget.
A quel punto, Ippolito aveva bisogno di un regista. Chiese aiuto a Mario Bava, il quale rifiutò ma offrì lui alcuni consigli, ad esempio come realizzare la soggettiva del mostro ponendo della trippa attorno la telecamera. Alla fine, non trovando nessuno disposto a girare Alien 2, Ippolito decise di dirigere il film lui stesso con lo pseudonimo di Sam Cromwell. Il materiale da lui girato era così esiguo e scadente che dovette inserire dei titoli di testa lunghissimi per allungare il minutaggio, con delle inutili e lunghissime riprese di un’auto che si aggira per le vie di una città (ma che nascondono comunque dettagli interessanti: come assistente scenografo appare, ad esempio, Alvaro “Al Passeri”, che alcuni anni dopo girerà un cult dei b-movie, Plankton- Creature dagli Abissi).
Ippolito realizzò gli effetti speciali del film in una cantina, registrando urla e vari effetti sonori con mezzi di fortuna (il verso della creatura aliena non è altro che una registrazione modificata e mixata ad altri suoni di uno dei suoi collaboratori che russava, durante un pisolino). Aggiungeteci anche la puzza di carne putrida della trippa e tutto finì con la polizia che arrestò la troupe per sospetto di omicidio e occultamento di cadavere.
Tra peripezie e complicanze varie, il film fu completato. La notizia della realizzazione del film arrivò alla 20th Century Fox, che intraprese un’azione legale contro Ippolito. Il quale, incredibilmente, riuscì a scamparla contro i giganti hollywoodiani. Il regista propose ai distributori esteri di inserire nei contratti con i vari esercenti la possibilità di cambiare il titolo, ma la 20th rifiutò.

Così, Sam Cromwell riuscì a scamparla con una trovata geniale del suo avvocato, che scovò un romanzo degli anni 30 intitolato Alien: il titolo dunque non era stato inventato da Scott e non ne deteneva i diritti. A quel punto la Fox chiese a Ippolito persino di acquistare il film così da distruggerlo ed evitarne così la distribuzione, ma il regista partenopeo si oppose. Una volta uscito la critica lo distrusse, ma incredibilmente ebbe un certo successo nel mondo, riuscendo anche a recuperare i costi di produzione.
Molti di questi registi oggi si sono ritirati, altri si sono dati alle fiction, altri sopravvivono nel mito di una stagione cinematografica che racconta tanto dell’Italia come società, di quello che è stata e di quello che è diventata.
