Netherworld
Netherworld, MA Ruiz (Störung)

20 anni Glacial Movements: intervista ad Alessandro Tedeschi

Romano con una grande passione per lo sport e la montagna, per i climi freddi e innevati, Alessandro Tedeschi si è ritagliato la sua posizione nel mondo dell’ambient e della musica post-industrial con il suo progetto Netherworld e con l’attività della sua etichetta, Glacial Movements, che è arrivata a vent’anni di attività e decine di dischi pubblicati.

Non si è trattato di un’avventura solitaria, perché Glacial Movements è iniziata fin da subito con l’idea di mettere in relazione artisti internazionali che potevano trovare sponda nell’estetica glaciale, mistica e spirituale dell’etichetta. In un certo senso, quindi, Glacial Movements è l’estensione della passione del suo fondatore e one man show, ma ha saputo trovare consonanze in artisti come BvDub, Loscil, Murcof, Justin Broadrick e Massimo Pupillo, solo per citarne alcuni. Abbiamo raggiunto Alessandro Tedeschi per una chiacchierata a tutto tondo su questi venti anni.

La prima domanda è banale: ci racconti come è cominciata l’avventura di Glacial Movements?

Ho iniziato nel 2006 con l’etichetta per due motivi fondamentali. Il primo, il più importante, è che ho un profondo amore per il freddo, per il ghiaccio, per la natura incontaminata. Da quando ho memoria, mio padre da piccolo mi portava in montagna sulla neve e per me era il massimo, stavo benissimo in quell’ambiente: il silenzio ovattato, i paesaggi innevati, la pace, una tranquillità che mi dava conforto. Mi dà una connessione quasi divina, per me è una forma di spiritualità.

Il secondo motivo è che volevo ricreare, se possibile, quelle impressioni in musica. Mi sono chiesto: è possibile creare, attraverso il suono, una descrizione di questi paesaggi esterni ma anche interiori di ogni artista? Ho pensato prima a me stesso, ma poi, come è successo in questi vent’anni, ho dato voce a una moltitudine di artisti, sia italiani che internazionali. L’idea era ricostruire una specie di mosaico dove ogni artista offriva la propria versione del ghiaccio e del freddo, per comporre nel tempo una figura totale — che è appunto Glacial Movements — in cui ogni tassello rappresenta la visione personale che l’artista ha del freddo, del nord, di quelle atmosfere. Volevo fare tutto da solo, senza intermediari: non volevo che la mia musica fosse contaminata, non volevo appoggiarmi ad altre etichette. 

Il primo passo ufficiale fu una compilation, Cryosphere, con diversi artisti coinvolti. Come è nata?

Cryosphere uscì in edizione limitata, circa 300 copie in CD-R. Era molto spartana, ma funzionò parecchio, anche perché era ancora un’epoca in cui i CD si vendevano: non c’era internet, non c’era Spotify, se volevi ascoltare qualcosa dovevi comprarla. Anche se è stata la prima pubblicazione per Glacial Movements, quella compilation aveva già nomi importanti della scena post-industriale e ambient: BvDub, Troum, Lull, io stesso, i Tuu (che allora avevano pubblicato anche per Amplexus, l’etichetta italiana curata da Stefano Gentile), e altri artisti che seguivo già da anni. Fu possibile perché in parte mi conoscevano già un po’: prima di Glacial Movements, nel 2004, avevo già attivato il mio progetto Netherworld e avevo già pubblicato qualcosa.

Quando ho lanciato l’etichetta, il concetto piacque subito agli artisti a cui mi rivolsi. Le copie di Cryosphere le vendetti tutte in un mese e mezzo o due. La stampa specializzata lo notò e io devo dire che feci una campagna promozionale pazzesca per uno che partiva da zero, senza distribuzione, senza ufficio stampa. Fu un successo, nei suoi limiti, e mi diede l’impulso per continuare: forse quella era davvero la mia strada. Da lì produssi il mio primo disco ufficiale, Mørketid: 500 copie, anche quello recensito con critiche molto positive, finito persino su The Wire. Vendetti tutte le 500 copie in digipack e da lì presi il via: produssi Rapoon, Lull (Mick Harris dei Napalm Death, che da anni non pubblicava più nulla), Loscil, BvDub, Retina.it, Scanner, Murcof, Justin Broadrick

Questa poetica del ghiaccio, oggi che si parla tanto di crisi climatica, è stata in un certo qual modo profetica. Come ti senti a riguardo?

Fin da bambino ho sempre pensato che il mondo non sia come ce lo vogliono far apparire, che le cose vadano guardate anche da un altro punto di vista. Per me, che sono uno che ama documentarsi moltissimo sulle scienze alternative, sull’esoterismo e su molti altri temi, il discorso sui cambiamenti climatici non è recente: le antiche civiltà lo dicevano già da tempo. Gli indù, nei loro cicli temporali, parlavano di questo in cui siamo oggi come il Kali Yuga, il periodo peggiore per l’umanità. Lo stesso dicevano i Maya e altri popoli antichi. L’hanno sempre saputo, in un certo senso, che sarebbe successo.

Attraverso Glacial Movements cerco anche di sensibilizzare, per quanto posso, l’opinione pubblica. E vorrei ricostruire, almeno concettualmente, il legame tra natura ed essere umano, che ormai si è perso: abbiamo deturpato questo pianeta, lo stiamo distruggendo ogni giorno. Glacial Movements serve anche come ponte tra la specie umana e la natura. Vorrei che ci comportassimo come fa il mondo animale, che rispetta l’ambiente e vi si è adattato.

Mi viene in mente che l’immaginario del nord, del ghiaccio, di questi ambienti estremi per noi, sia diventato quasi la frontiera di ciò che resta di incontaminato sulla Terra. Nell’estetica e nella filosofia di Glacial Movements sembra di vedere insieme il desiderio di preservare quel mondo e la preoccupazione per un futuro crepuscolare.

Pensa che su questo, in particolare, due artisti ci hanno costruito un disco intero: Aidan Baker e Rapoon, sullo scioglimento del permafrost. Il permafrost è uno strato perennemente ghiacciato del terreno che in teoria non dovrebbe mai sciogliersi. Ma con l’aumento delle temperature si sta sciogliendo anche quello, e sia in questo strato che nei ghiacci antartici sono rimasti intrappolati per millenni virus molto potenti, che con lo scioglimento potrebbero tornare attivi e risultare pericolosi per l’umanità — organismi che vivevano migliaia di anni fa in un ecosistema del tutto diverso da quello attuale. Baker ci ha fatto un disco proprio su questo, e anche Rapoon, qualche anno fa, prendendo spunto da ricerche scientifiche che segnalavano il rischio. È un tema, dunque, che porta con sé anche un aspetto piuttosto inquietante.

In alcuni dischi che hai pubblicato, come per esempio Our Forgotten Ancestors di Massimo Pupillo si parla anche delle popolazioni che vivono in questi territori, fuori dall’Occidente in senso filosofico. Che rapporto ha Glacial Movements con queste popolazioni?

Non considero l’Antartide in questo discorso, perché lì, a parte qualche base scientifica, l’accesso è interdetto — anche se l’Antartide, ed è un altro motivo per cui esiste Glacial Movements, è ricca di misteri: dalle teorie sull’accesso alla Terra Cava e alle popolazioni che vi abiterebbero, alle spedizioni naziste alla ricerca del Vril. Si dice che per un certo periodo l’Antartide fosse libera dai ghiacci, e che esistano mappe antichissime (tra cui quella di Piri Reìs) che ne raffigurerebbero le coste scoperte. Da qui la domanda: quale civiltà, migliaia di anni fa, avrebbe potuto circumnavigarla e mapparla senza ghiacci?

C’è anche un ammiraglio della Marina Italiana, Flavio Barbiero, scienziato e scrittore, che nel libro Civiltà sotto ghiaccio sostiene, con un’analisi che definisce rigorosamente scientifica, che l’Antartide potesse essere l’Atlantide: scoperta dai ghiacci, in una posizione diversa da quella attuale, con i poli leggermente spostati, e — se si espande il planisfero — proprio al centro di tutti gli oceani.

Restando a cose meno mitologiche: nella parte artica gli Inuit vivono ancora nel loro territorio. Massimo Pupillo ha fatto un disco proprio su queste popolazioni antiche, che preservano ancora abitudini e leggende — un patrimonio di storie e termini particolari per descrivere condizioni atmosferiche specifiche, tramandato da secoli, in Groenlandia come altrove.

Come vivi il fatto che oggi c’è un’attenzione politica molto più alta sullo scioglimento dei ghiacci? È quasi come se Glacial Movements avesse profetizzato una fine del mondo anche per queste popolazioni, la cui vita rischia di essere sconvolta nei prossimi anni.

La vivo abbastanza male, perché penso a tutte le conseguenze. Alle Svalbard, tempo fa, è stata costruita una banca dei semi, sottoterra, nel permafrost, per conservare le sementi di tutte le piante esistenti sulla Terra: in caso di fine del mondo, si andrebbe lì a recuperarle per ripartire. Il paradosso è che, sciogliendosi il permafrost — che funge da congelatore naturale — è a rischio anche quella struttura, che sembrava inattaccabile.

C’è poi il rischio che cambino i cicli oceanici: l’immissione di grandi quantità d’acqua dolce negli oceani crea problemi già di per sé, si somma all’inquinamento che produciamo, e alza il livello del mare. Città costiere come Venezia rischierebbero di essere sommerse, come è già accaduto nei millenni passati. E soprattutto rischia di sparire il sapere delle ultime popolazioni che lo custodiscono ancora — penso agli Inuit in Canada e Groenlandia, nell’Artico. È già successo, in fondo, ad altre popolazioni: penso ai nativi americani, sterminati da spagnoli e portoghesi. Non vedo nulla di positivo nel futuro, anzi.

Tornando alla musica, nelle sonorità ambient e nei field recordings degli artisti pubblicati da Glacial Movements c’è sempre, anche nei momenti più melodici, una tensione sottile, quasi inquietante. È una cosa che cerchi di proposito, o viene naturale?

Mi viene naturale — già il mio nome d’arte parla da sé. Netherworld è una sorta di inferi, una realtà parallela: non può non esserci tensione, mistero, misticismo. L’ultimo disco, The Hermit, è stato pubblicato ora, ma le registrazioni risalgono ai primi anni Duemila, 2001-2002, quando non erano ancora nati né Netherworld né Glacial Movements. Rappresenta le mie prime esplorazioni, e già lì si sente quella tensione, quel mistero — ma anche melodia, perché amo la musica classica e uso spesso pianoforte, violino, qualche passaggio di chitarra, per quanto molto trattato. C’è un equilibrio tra luce e oscurità, anche se a volte ho ecceduto più sull’oscurità. The Hermit forse è più oscuro che luminoso: rappresenta gli ultimi due o tre anni, che per me sono stati molto difficili a livello personale, tanto che ho rallentato l’attività dell’etichetta. Piano piano sto ricomponendo i pezzi.

L’input per questo disco me l’ha dato mia figlia più piccola, molto vivace, che un giorno mi ha buttato giù tutti i dischi della mia collezione privata. Riordinando tutto, mi sono ritrovato tra le mani vecchi dei CD-R che avevo completamente dimenticato, datati 2001, 2002, 2003, e anche dei MiniDisc. Alcune registrazioni erano ormai illeggibili, altre sono riuscito a recuperarle: sono i sette brani del disco. Le avevo fatte con pochissimo — un mixer, un multieffetti Behringer, un microfono. Tutto quello che si sente nel disco è la mia voce, il mio respiro, il suono metallico di un gong, superfici strofinate, qualche suono di un sintetizzatore molto elementare. Con il mio amico Matteo Spinazzè abbiamo fatto il lavoro di recupero dei file, pulizia del suono e mastering. Riascoltandole, quelle registrazioni hanno dato un nuovo significato ai miei ultimi due anni di vita — da qui il titolo — e per quanto vecchie suonavano assolutamente attuali. È capitato che tutto questo cadesse nel ventennale dell’etichetta, e ho deciso di farlo uscire.

Da quello che racconti, si intuisce un processo molto materiale, con oggetti fisici — diverso da tanta ambient che si sente in giro.

Il mio suono è molto organico, non uso il computer per crearlo. Sono old style, mi piace il campionatore: la maggior parte dei suoni li campiono io stesso, li registro dalla natura — field recordings, anche registrati nelle zone artiche — o da oggetti. Mi piace dare quel tocco organico: non amo i suoni dozzinali, i sequencer, i suoni troppo puliti, troppo riconoscibili. A me piace il mistero. Oggi va molto il suono modulare, e non è il mio genere: nel suono deve brillare qualcosa di mistico, qualcosa che lo renda diverso da tutti gli altri. Basta anche una nota — penso a William Basinski, che per me è il top, o a Klaus Wiese, senza contare Thomas Köner e altri. Per esprimere un sentimento non serve avere tanto. La strumentazione aiuta, certo, ma a me è sempre bastato poco: un campionatore, un multieffetti, una tastiera, un sintetizzatore. Niente altro.

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