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5 Maggio 2023 pop

A distanza di più di dieci anni da + (Plus), il primo album dell’infilata matematica, Ed Sheeran è una popstar planetaria che alterna confetti (folk) pop fatti di cliché, a brani dance pop pronti per il dancefloor (e per le playlist generaliste più disparate), a obbrobri rap pop degni del peggior Justin Bieber.

La critica specializzata – e questo sito – lo stronca senza pietà da allora. Al contrario, radio, booking e in generale l’industria dello spettacolo, ne hanno tessuto le lodi come e più di act quali Mumford & Sons, Lumineers, Of Monsters And Men. Proprio come i sopracitati rappresentanti di quella che, a suo tempo, abbiamo apostrofato come Age of Folk Prostitution, Sheeran è un titolo a zero rischio che in cambio dà cedole certe. Le sue canzoni, fatte di intimità da Mulino Bianco e un potabile futurismo da blockbuster per le famiglie, non temono i rialzi dell’inflazione.

Esser arrivati fin qui è senz’altro magnifico, ma c’è qualcosa che manca. Che sia questa la versione anni 20 della Las Vegas di Elvis? Esser costretti a replicare una formula confezionata a uso playlist nel presente continuo dello streaming?

Ciò che progressivamente è venuto a mancare a partire da ÷ (Divide) e in seguito con = (Equals) è proprio ciò da cui tutto è partito: dell’essenziale songwriting folk. La scrittura nuda e cruda che ti distingue un McCartney da un cantastorie qualunque.

Ed ecco che arriva Subtract, stilizzato come “-“, che già dal simbolo scelto e dalla scelta di metterlo per ultimo, alza la posta in gioco con la scusa di un dylaniano ritorno a casa. Vuoi perché il disco è appunto in sottrazione; vuoi perché arriva dopo il più classico dei periodi travagliati, qualcuno (che tira le fila della promo) lo sta già paragonando a Nebraska di Springeen.

Sheeran, il songwriter di plastica, si dice pronto ad “aprire la botola” della sua anima con un lavoro che manco a dirlo sarà “intimo e onesto”. E a togliergli quella patina ultramainstream ci ha pensato Aaron Dessner dei National che dei dischi “indie” di Taylor Swift aveva curato produzione e co-writing con buoni seppur non rivoluzionari risultati.

È chiaro che quel che esce il 5 maggio non è il disco “indie” di Sheeran e tanto meno un lavoro paragonabile a quelli prodotti da mostri sacri come Bruce Springsteen e Bob Dylan. Di sicuro il rosso di Halifax li vorrebbe usare come Lari, protettori di un songwriting che affronta il dolore personale (ansia, depressione ecc.), ma che sempre alla speranza punta e risolve la questione.

Riprendendo le sue parole, abbiamo un disco che lo ricongiunge a uno dei suoi primi lumi tutelari, Damien Rice. E sia come sia sarà un successo. Viviamo in un mondo in cui non ci sono sfide su chi scrive le migliori canzoni come accade in Yesterday di Danny Boyle; abitiamo un multiverso in cui con la formula e l’esposizione giusta arrivi comunque al risultato. E Sheeran sta al vertice di questa catena alimentare, molto più in alto di tutti i Maneskin del mondo.

Que serà serà, ma non dubitiamo che il trentenne funambolo delle chart pop faccia il colpo anche questa volta e che il suo prossimo tour sarà un successo di incassi.

Come abbiamo visto a Sanremo in Italia, lo stesso trend sembra essere diffuso in tutto il mondo occidentale: la gente non sembra aver voglia di niente che non sia confortevole e già conosciuto. Come a dire: “le novità lasciamole ai posteri; per ora, lasciateci ubriacare nella caldo abbraccio delle nostre abitudini”.

Sarà come un automatismo: andiamo a sentire Ed Sheeran. Madri e padri con figli, divisi su tutto, ma non sul consumare sentimenti usa e getta, spenderanno centinaia di euro per le date che il managment del musicista britannico ha da poco annunciato.

Per lanciare il nuovo materiale, Ed Sheeran suonerà nelle arene di mezzo Regno Unito; da Manchester, a Londra; da Glasgow, a Dublino. A questi si aggiunga uno spettacolo unico a Parigi ad aprile.

Siamo nel mezzo di una doppia trepidante attesa: chissà quanto del Boss ci sarà nelle nuove composizioni del maestro del pop da classifica inglese; e soprattutto, quale sarà la prossima fase di Ed dopo quella della matematica?

Lo scopriremo presto, anche se Eyes Closed pubblicato il 24 marzo, non mantiene nessuna promessa di essenzialità folk ma anzi lo ripresenta con una produzione contemporanea è un appeal (melanconicamente) pop a tutto tondo tra bassi sincopati e giusto un ritocco acustico e un piano sullo sfondo a conferire al pezzo un quid acustico. Il rosso di Halifax ha pubblicato su Instagram un video in cui suona la canzone al pianoforte. Non scordiamoci di TikTOk, infatti, i fan possono vedere un’altra anteprima del brano sul suo account con un video dal layout diviso, in cui esegue le parti della canzone in duetto con se stesso.

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