Recensioni

Il blues è da sempre una sorta di riserva protetta. Un’area franca in cui sondare un immaginario talmente radicato nel tempo e nello spazio da giustificare ogni genere di replica. Lo era in origine, quando sulle stesse dodici battute gli afroamericani costruivano storie e suoni non troppo dissimili tra loro, lo è ancor oggi che di blues non si parla quasi più se non nelle sezioni “classic” di qualche rivista musicale. Aggiungete il fatto che in una provincia dell’Impero come l’Italia gli stili e le musiche arrivano per forza di cose di riflesso filtrate da una reinterpretazione che non disdegna gli stereotipi, e capirete il significato di un disco come Like A Wolf In A Chicken Shack: un sentito omaggio a una passione che viene da lontano da parte di un affezionato cultore.
A far selezione, in questi casi, è la credibilità. E Marcello Milanese, pur non avendo l’estro di un Jon Spencer o la carica innovativa del nostro Samuel Katarro, porta a termine il suo onesto lavoro filologico con convinzione, potendo tra l’altro vantare una ventina d’anni spesi a trafficare con slide guitars e affini.
Nelle corde del musicista di Alessandria ci sono l’Eric Clapton unplugged, il delta del Mississippi, il timbro vocale di Howlin’ Wolf, oltre alla voglia di riallacciarsi a una tradizione musicale popolare che sa anche di soul, rock & roll, folk. Attraverso brani autografi e cover di Tom Waits (Jesus Gonna Be Here), June Carter (Ring Of Fire), Ray Charles (Hallelujah I Love Her So), Willie Dixon (Built For Confort), John Campbell (Aint Afraid Of Midnight), Bert Berns (Cry To Me) e Arthur Crudup (That’s All Right Mama) riarrangiate voce, chitarra e stomp box.
“No overdubs, no pedal effects, no electronics triks”, recitano i crediti del disco. Tanto per sottolineare che anche la conservazione della specie è un affare serissimo.
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