“The Real Slim Shady”. Eminem documenta il collasso degli anni ’90 riaffermando se stesso
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Davide Cantire
- 1 Febbraio 2023
The Real Slim Shady, registrata sul finire del 1999 e l’inizio dei Duemila, è il perfetto ponte di collegamento tra i due decenni, nonché il primo grande successo di Marshall Bruce Mathers III aka Eminem. Il singolo, pubblicato nel maggio 2000 come primo estratto da The Marshall Mathers LP, è il primo #1 del rapper statunitense, che gli spianerà la strada verso un successo planetario che durerà per almeno tutto il decennio appena inaugurato. Quello che si presentò già da subito come un brano di rottura e di denuncia verso il costume e la società americana, riletta principalmente sotto la lente dello show business, di cui Eminem stava cominciando a scoprire i segretucci, arrivò come un fulmine a ciel sereno e rapidamente si trasformò in un instant-classic che di fatto inaugurò i Duemila, trascinandosi dietro la generazione di adolescenti stufa marcia dell’onnipresenza radiofonica delle boy band e delle “principesse” del pop.
Già il titolo e il testo sono praticamente una dichiarazione d’intenti che conferma l’arroganza del personaggio Eminem, che già decreta il suo successo prima ancora dell’industria discografica. Il rapper inquadra perfettamente la società di quegli ultimi anni, come dicevamo concentrandosi sullo show business ma anche su alcuni aspetti che delineano l’ipocrisia della società americana, proponendo un taglio netto con il passato (gli anni ’90). C’è la presa in giro della relazione tra Pamela Anderson e Tommy Lee (che tiene banco ancora oggi grazie alla miniserie Pam & Tommy e all’imminente documentario Pamela, a love story), così come sono sbeffeggiate sia Britney Spears che Christina Aguilera – durante una ridicola messinscena dei Grammy Awards – quest’ultima pare per una vendetta personale del rapper, secondo cui Aguilera avrebbe messo in giro false voci su di lui; e poi ancora, quale modo migliore di inaugurare i Duemila se non con un riferimento al download (Napster era entrato in funzione nel giugno 1999), dove Eminem gioca sulla relazione tra virus venereo/digitale all’atto di scaricare un audio mp3 («I should download her audio on MP3 / And show the whole world how you gave Eminem VD»).
Inoltre, c’è quella frase che mandò in bestia Will Smith (e sappiamo bene, come lo sa l’Academy, quanto sia facile mandarlo in escandescenza), che qualche anno più tardi avrebbe ribattuto con la mediocre Mr. Niceguy, e c’è persino la dichiarazione di aver ucciso l’amico Dr. Dre (e di averne conservato il cadavere), che pure gli produce album e co-dirige il videoclip (con Philip Atwell), divenuto celebre tanto quanto il brano stesso.
Questo si apre in una sala d’attesa d’ospedale, dove le infermiere capo-sala chiedono: «Will the real Slim Shady please stand up?», prendendo in prestito il celebre motto del quiz televisivo anni ’50 To Tell the Truth. Il vero Slim Shady è diventato pazzo, in quanto la società intorno a lui ha riprodotto delle copie carbone del suo stile, ma non è riuscito a replicarne l’essenza. Così il rapper si muove in un mondo di pazzi e di malati mentali – in una scena lo vediamo all’interno di una fabbrica dove si riproducono in stile catena di montaggio delle sue copie – ma non è molto diverso da ciò che troviamo nella società di tutti i giorni, in cui vediamo ripetutamente scene sadomaso o persone (il rapper stesso) che sputano sul cibo di un fast food prima di servirlo a una cliente disgustosa tanto quanto il suo gesto.
Siamo tutti vittime di un sistema malato che non fa altro che replicare se stesso all’infinito, fino a che non rimane nemmeno un briciolo di originalità o speranza. Ma se tutti sono pazzi (e lo è anche il vero Slim Shady, confinato in un manicomio), allora nessuno lo è davvero. Quindi come riconoscere ciò che davvero vale la pena di salvare dal massacro? Benvenuti negli anni Duemila.
