Sinéad O'Connor
Sinéad O'Connor. Still dal videoclip “Nothing Compares 2 U”

Sinéad O’Connor. In your eyes, “Nothing Compares 2 U”

Nel settembre del 1988, sul set del Late Night with David Letterman, Sinéad O’Connor sembra un ragazzino problematico: androgina, rasata, minuta, trasandata. Circondata da una band che sembra lì per errore, arrivata dal decennio precedente sulla DeLorean di Emmett “Doc” Brown (Ritorno al futuro). Sta presentando Mandinka, il singolo che ha spinto in alto The Lion And The Cobra in patria, e altrettanto farà negli USA.

I Do Not Want What I Haven’t Got, l’album che la lancia definitivamente, arriva nel 1990. Per spararlo in orbita viene scelto il singolo Nothing Compares 2 U, un brano che Prince ha scritto nel 1985 per il progetto The Family; una storia d’amore naufragato nel suo tipico stile melò, teatrale, posticcio (nell’accezione positiva). Sinéad la rivolta la canzone come un guanto, la trascina in un’altra dimensione, e ne fa un romantico – da sturm und drang – requiem rock.

Ma è il video a fare la differenza. Di una semplicità che sfiora il banale. Se il committente è Sinéad O’Connor non occorrono grandi voli di fantasia. La sceneggiatura è già scritta: cinque minuti di primissimo piano e il gioco è fatto. Ora la cantante irlandese è più matura, la sua femminilità sbocciata, i capelli leggermente più lunghi. Ma a impressionare sono gli occhi da manga giapponese, sproporzionati e intensi. Pupille che sembrano la Terra, due esemplari, vista dallo spazio.

La musica, le parole, ma soprattutto quasi cinque minuti di primissimo piano di Sinéad O’Connor – intervallati da una manciata di brevissime sequenze da gothic rock: statue, barocchismi, giardini deserti – sono sufficienti per stregare il mondo del rock, da questa e quella parte della barricata, fan e addetti ai lavori. Le lacrime che scorrono sul finire del video da quegli occhi da “vita aliena” di passaggio sulla Terra, inoltre, non programmate, così sincere, e anzitutto salate come anticipo del sapore principale che la vita riserverà alla cantante, sono il booster imprevisto e perfetto che nessuno poteva immaginare. La malinconica ciliegina sulla torta che allo stato attuale, 1990, riserva alla O’Connor esclusivamente dolcezze.

Quasi cinque giri di lancette di orologio bastano per guadagnare al video Nothing Compares 2 U un MTV Video Music Award, il primo assegnato a una donna, e farne uno dei titoli dalla più frequente rotazione. Al secondo album, I Do Not Want What I Haven’t Got, a 24 anni, Sinéad è ricca e famosa come nessun’altra cantante della sua età. Affascinante, enigmatica e carismatica come nessun’altra donna del rock della sua età. Scatta la liaison con Prince, collezionista di donne belle e talentose. In Rememberings, memoir pubblicato nel 2021, l’irlandese ricorda la tumultuosa relazione col “folletto” di Minneapolis sfociata in aggressioni fisiche e verbali. Scatta la liaison con Peter Gabriel, altro coltissimo womanizer. I due si incontrano per la prima volta sul palco al concerto organizzato da Amnesty International a Santiago del Cile il 13 ottobre 1990. Lui 40 anni lei quasi la metà.

All’immagine di Sinéad, quel primissimo piano ravvicinato fisico, al tête-à-tête di Don’t Give Up che era stato di Kate Bush – altra “valida” dell’album delle conquiste del ex Genesis –, Peter non sa resistere: invita la O’Connor ai Real World Studios per aggiungere la voce a un paio di brani di Us. Le cronache vogliono che tra i due sia rimasta intatta stima, ma il ricordo della donna, sempre secondo Rememberings, non lascia spazio a nessun sentimentalismo: “Ho avuto un’avventura con lui in cui ero fondamentalmente la figa del fine settimana”. Ci ha scritto anche una canzone, Thank You For Hearing Me, che compare sull’album Universal Mother del 1994: brano musicalmente in stile Gabriel del periodo – a qualcosa Gabriel è servito – che chiude con queste parole: “Grazie per avermi spezzato il cuore / Grazie per avermi fatto a pezzi / Ora ho un cuore forte / Grazie per avermi spezzato il cuore”. Le relazioni con gente più prossima alla normalità non sono state meno turbolente: l’ultimo di quattro matrimoni, celebrato a Las Vegas nel 2011 con il terapeuta irlandese Barry Herridge, è finito dopo sette giorni di convivenza.

Non dovrebbe stupire, perché la vita di Sinéad O’Connor, nonostante i picchi della fama, è stata più simile a una extreme marathon che a una lineare maratona cittadina con tanto di punti ristoro.

Alla base delle lacrime di Nothing Compares 2 You c’era la prematura morte della madre (vittima di un incidente stradale) peraltro capace di “abusi estremi e violenti, sia emotivi che fisici” confermati dal fratello Joseph (che ha invece difeso il padre).

Polemiche e scandali sono grondati: l’infausta apparizione del 3 ottobre 1992 al Saturday Night Live, quella della foto di Papa Giovanni Paolo II lanciata verso la telecamera dopo averla fatta a pezzetti; l’ordinazione a sacerdote da parte del vescovo Michael Cox della Chiesa cattolica e apostolica ortodossa irlandese alla fine degli anni ’90 in seguito alla quale Sinéad desiderava essere chiamata Madre Bernadette Mary; il ribaltone e la conversione all’Islam del 2018 (col nome di Shuhada’ Davitt); proclami a favore di una Irlanda unita e libera ma negli anni a seguire invocata sotto il dominio britannico. La lunga lista potrebbe continuare.

Non è stata risparmiata, Sinéad, da disturbi fisici e nevrosi (fibromialgia, isterectomia, agorafobia, tentato suicidio, bipolarismo sbandierato al The Oprah Winfrey Show e smentito nello stesso salotto televisivo qualche anno dopo, disturbo da stress post-traumatico complesso, disturbo borderline, riabilitazione per porre fine alla dipendenza da cannabis).

L’ha ammantata di un tragico sudario la scomparsa di Shane, uno dei quattro figli del quale le era stata tolta la custodia quasi dieci anni prima: il ragazzo è stato ritrovato morto il 7 gennaio 2022, suicida a soli diciassette anni. Tragico evento che riporta alle lacrime di Nothing Compares 2 U. A quegli occhi enormi, pieni di vita nonostante tutto, come pianeti. A quel video indimenticabile che nella sua semplicità resta uno dei più toccanti di quegli anni.

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