Per sempre sì: l’autenticità di Sal Da Vinci, l’ipocrisia degli altri
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Fabrizio Testa
- 1 Marzo 2026
Come sappiamo, Per sempre sì di Sal Da Vinci è la canzone vincitrice del Festival di Sanremo 2026. Un successo non esattamente pronosticato ad inizio settimana, maturato serata dopo serata dentro un’edizione segnata da variabili impazzite oltre che — è doveroso dirlo — da una selezione generale di brani ampiamente sotto la sufficienza.
Nel day after di un risultato che pesa, perché mai un artista di matrice neomelodica si era spinto così in alto in un contesto tanto centrale dal punto di vista discografico nella storia recente, una certa narrazione mediatica prova a offuscare, almeno in parte, la realtà dei fatti. Al di là dei meriti (e dei demeriti) di ciascuno.
Su queste pagine abbiamo spesso ribadito l’importanza della trasversalità: qualità che, teoricamente, dovrebbe appartenere a qualsiasi brano capace di uscire vincitore dalla kermesse. Un elemento che, in effetti, si ritrova anche nella canzone del partenopeo, seppur in modo del tutto inatteso rispetto alle previsioni. Sal Da Vinci, forte dell’onda lunga durata quasi due anni con Rossetto e Caffè, è riuscito ad agganciare due target lontanissimi: il suo pubblico naturale — ovvero il popolo, la gente di quartiere, quello che lo segue, lo sostiene e lo alimenta da sempre — ma anche una fetta di universo estraneo che, dentro uno scenario creativo perlopiù desolante, ha scelto di foraggiare una carta-meme senza per questo sviluppare per forza un reale legame con quella “canzone di tradizione napoletana” che oggi qualcuno prova a sbandierare.
Per sempre sì ha il merito di raccontare un evento eterno come il matrimonio con piglio da instant classic per wedding planner, dj e feste di ogni ordine e grado. Il tutto rafforzato dalle dichiarazioni dello stesso artista che, pur partendo da un testo percepito come tradizionale, ne amplia la portata a qualsiasi tipo di famiglia — mossa furbissima — neutralizzando sul nascere eventuali parallelismi con politica, governi, destre e polemiche varie.
Ma parlare di riscoperta della canzone partenopea è, purtroppo, un abbaglio. Perché quella stessa gente che il Niccolò Contessa di un tempo prenderebbe ampiamente per il culo e che solo due anni fa arrivava a bollare Geolier con ingiurie o etichette caricaturali ignorandone completamente peso e soprattutto impatto sul mercato, oggi probabilmente sposa il buon Sal più per mancanza di appigli che per reale convinzione. La verità, forse meno romantica, è che ha vinto il brano più funzionale al vuoto cosmico circostante. E quando il contesto abbassa troppo l’asticella, il banco salta, l’ipocrisia di chi vuol solo memare esce fuori e di autentico rimane solo il vincitore ed i suoi seguaci di sempre.
