Mobb Deep
Mobb Deep still dal video “Shook Ones, Pt. II”

Mobb Deep. “Shook Ones, Pt. II” e il beat migliore di sempre

«I’m only nineteen, but my mind is old». C’è tutto un mondo dietro le parole di Prodigy (scomparso nel 2017), di una New York periferica, oscura e allo sbando: droga, violenza e tutto la pletora di argomenti legati all’hardcore rap. Il pezzo è Shook Ones, Part. II, il gioiello con cui i Mobb Deep si consegnano, giovanissimi, all’eternità, riposizionando assieme a Nas e Biggie la scena della Grande Mela sullo schiacchiere nel rap game, fino ad arrivare all’inevitabile scontro frontale con la West Coast di Tupac, Snoop Dogg e soci. Ma questa è un’altra storia.

«The beat is so good that we can’t even appreciate how good the lyrics are», scrivono giustamente su Youtube. Per quelli della mia generazione è la base su cui B-Rabbit umilia Papa Doc (8 Mile), per i gamers uno dei pezzi migliori delle soundtrack firmate GTA. In assoluto, uno dei capolavori inarrivabili dell’hip hop. La storia degli autori è una delle più classiche: si conoscono a scuola – la High School of Art and Design in Manhattan – durante una rissa all’arma bianca, incidono un disco di debutto piuttosto acerbo (Juvenile Hell, 1993) e nonostante la produzione di pesi massimi come Premier e Large Professor le vendite non sono dei migliori. La 4th & B’way li scarica, ma ne subentra un’altra, la Loud Records, che fresca di successo con il Wu-Tang Clan cerca un’altra gallina dalle uova d’oro. Il primo singolo pubblicato è Shook Ones, niente a che fare col secondo capitolo ma è un buon antipasto prima della portata principale.

Dell’album Infamous (1995), indiscutibile pietra miliare di genere, abbiamo già parlato su queste pagine con il voto che abbondantemente merita, ma il giusto spazio dedicato al singolo principe è più obbligo che piacere. Il beat in questione è di quelli che è possibile forgiare solo nelle alte sfere celesti. Havoc, uno con occhio e orecchi lunghi per apprendere silenziosamente dai migliori la presenza di Q-Tip al missaggio e ad una generale supervisione all’opera darà ulteriore spinta nella sua camera nel Queensbridge mette su un disco del ’69 di Herbie Hanckock, Jessica. Becca il piano, lo campiona (ci vorranno anni a sgamare la fonte) e lo pitcha di 2 toni giù che quasi diventa un basso. Ci mette mano a perdita di tempo, ruba qualcos’altro a Daly-Wilson Big Band (Dirty Feet) e Quincy Jones (Kitty With the Bent Frame), e in un pomeriggio appena plasma questa cupa e demoniaca ninna nanna. Ma non è che sia proprio convinto. Quasi quasi pensa di cestinarlo, ma Prodigy lo ferma in tempo: «Whoa whoa whoa. Don’t erase that beat. You wildin’, son». Grazie al cielo.

Son, they shook
‘Cause ain’t no such things as halfway crooks
Scared to death, scared to look, they shook
‘Cause ain’t no such things as halfway crooks
Scared to death, scared to look
Livin’ the life that of diamonds and guns
There’s numerous ways you can choose to earn funds
So some get shot, locked down, and turn nuns
Cowardly hearts and straight up shook ones, shook ones
He ain’t a crook, son, he’s just a shook one

Per il resto abbiamo quegli archi in apertura, un suono di morte, buio, desolazione. Una polaroid scattata a notte fonda con il sottofondo di questo disperato blues, narcotico e spettrale. Il rullante a battere tempo, come la tremenda lancetta di un orologio a scandire col suono dei proiettili il tempo indefinito e sempre uguale di una giornata tipo nel ghetto. La penna dei due è affilatissima, non particolarmente tecnica, ma il flow con tanto di slang coniato dal duo (The Dunn Language) è di quelli leggendari.

Non c’è morale né redenzione tra le strofe («‘Cause long as I’m alive I’ma live illegal»), solo insulti per i finti gangster, gli shook ones, per l’appunto («‘Cause ain’t no such things as halfway crooks»). E se le cose non dovessero andare per il verso giusto, non può esistere posto migliore per lasciare questo mondo («If I die, I couldn’t choose a better location»). Il videoclip, anche quello, ha un mood sinistro e torvo, profondamente artigianale. Girato con budget praticamente inesistente, vede la Mobb ripresa nei suoi luoghi, gli hi-hat che giocano in apertura coi rumori del piano cottura, qualche scena di guai con effetto vedo-non-vedo, ragazzi che tirano a dadi per chi vuol cogliere la metafora. E non fatevi ingannare da quella SAAB 9000 CC, prestata da un tizio del quartiere che non vedeva l’ora di farla vedere in giro. Tutto qui, ma l’impatto scenico è pazzesco. L’hip hop al suo meglio.

I can see it inside your face, you’re in the wrong place.

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