Achille Lauro, still dal videoclip di “Marilù” (2021)

Achille Lauro cita l’Unplugged dei Nirvana e l’immaginario 90s nel clip di “Marilù”

La camicia di jeans senza maniche, il cardigan sdrucito, i vestiti larghi, i riflettori e le ghirlande: nel nuovo videoclip di Achille Lauro c’è tutto il necessario per far comprendere anche al più distratto tra l’audience quale sia la citazione messa in campo. Il riferimento è naturalmente all’iconico set che i Nirvana allestirono per l’MTV Unplugged andato in onda nel 1993 e pubblicato l’anno successivo come MTV Unplugged in New York (la nostra recensione di quell’album è di Stefano Solventi).

Il brano abbinato è Marilù, di cui già vi abbiamo detto in un precedente post. Per Lauro De Marinis si tratta dell’ennesimo cambio d’abito, o se vogliamo travestimento. Questa volta ad essere vestiti sono i panni di un Vasco Rossi di borgata, con risultati non dissimili dalla ballata tardo-adolescenziale Solo Noi, ovvero il precedente singolo che di suo non aveva ricevuto granché in termini di stream (2 milioni su Spotify contro i 24 di Bam Bam Twist e Me ne frego).

Al netto della girandola di citazioni vuoi testuali, vuoi iconografiche, melodiche o arrangiative, a mancare al progetto Lauro, che proprio con il disco omonimo in uscita sembra bowieanamente giungere a un capolinea, è un senso oltre la messinscena, il prêt-à-porter di stili e immaginari. Brano dopo brano, installazione dopo installazione, a non venir mai meno è piuttosto un target corrispondente di giovani e, soprattutto, giovanissimi. Lauro si vuole arte dentro al quadro, ma è prodotto, e come tale prodotto per adolescenti e pre-adolescenti, un simulacro per gli adulti e un action figure per chi ha appena messo da parte i giocattoli. Il tema del gender, della fluidità, merita un discorso a parte, e vi rimandiamo a ciò che ha scritto Giulio Pasquali nell’articolo dedicato a Sanremo.

C’è senz’altro bisogno di ribadire il messaggio di Lauro in questo senso, pur se è stato detto e ridetto tante volte, dagli anni ’70 di Renato Zero, agli ’80 di Ivan Cattaneo e oltre. Ma tutto ciò ha a che fare con l’immaginario appunto, col costume e la società. La musica di De Marinis da sola, senza quelli, non sopravvive, la sua orecchiabilità e spendibilità radiofonica non diventa originale con l’accento de borgata, così come Marilù non acquista punti in più scomodando uno dei più mitologici live televisivi degli anni ’90.

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