Mazzy Star
Hope Sandoval dei Mazzy Star, still dal video “Fade Into You”

Fade Into You. Lo Svanimento notturno dei Mazzy Star

“Vieni così vicino che io possa vedere / Lo schianto della luce scendere su di me“. Con questo desiderio di “vicinanza” e questa visione di trascendenza si chiude l’ultimo brano, più lungo e “sperimentale”, del secondo album dei Mazzy StarSo Tonight That I Might See (1993) – al cui interno è contenuto anche l’estremo pop opposto più celebre della band – Fade Into You – usato come apertura. All’epoca, forse se ne accorsero in pochi, ma si trattava, in sostanza, di due facce della stessa medaglia: Fade Into You, infatti, porta con sé il medesimo desiderio trascendente di connessione umana, praticamente impossibile da realizzare.

Molti la considerano “soltanto” la più grande canzone d’amore (o d’amore non corrisposto) degli anni ’90 – cosa che effettivamente è, avendo trascinato praticamente da sola le vendite dell’album fino al raggiungimento del disco di platino –  ma in realtà è sempre stata qualcosa di più.

Baciata dalla grazia divina della voce eterea e sensuale di Hope Sandoval e dallo sgocciolamento celestiale della chitarra di David Roback, Fade Into You costituisce probabilmente uno dei più grandi fraintendimenti della storia della musica pop. E i motivi sono molteplici.

Film e serie tv

Innanzitutto, il brano è stato inquadrato fin dall’inizio come una canzone da sbaciucchiamento romantico. Un dirigente della Capitol lo disse chiaro e tondo: “Tutti quei ragazzini hanno fidanzati e fidanzate, e a loro piace pomiciare, e non credo che ascoltino Barry White”. Questo elemento è stato fortemente capitalizzato nel corso degli anni attraverso un uso massiccio del brano nelle serie tv più disparate, da Una Mamma per AmicaaThe Crown, passando per CSI,True Blood, Fringe, American Horror Story ecc.; nonché in svariati film. Due esempi su tutti. Il primo è Angus, una commedia adolescenziale del 1995 in cui la canzone viene usata durante la classica scena di ballo del liceo tra l’ambita reginetta e il protagonista sfigato che non sa muovere nemmeno un passo, ma viene tranquillizzato subito dalla sua “partner” perché “questa è una canzone lenta”. In effetti lo è.

Tanto che alcuni per definirla hanno tirato fuori a sproposito l’etichetta slowcore. In realtà, se proprio vogliamo appiccicare sopra un’etichetta a qualcosa di così scivoloso e sfuggente come Fade Into You, quella che si addice di più è il dream pop, viste le atmosfere sognanti che rimandano (in)direttamente ai compagni di stanza dei Cocteau Twins o dei Galaxie 500. A proposito di sogni, il secondo film che vale la pena menzionare è il più recente American Honey in cui la protagonista insegue un sogno che non è nemmeno più in grado di formulare e un amore suggellato da un bacio sulle note del classico dei Mazzy Star.

Musica per pomiciare quindi? Niente affatto! In realtà, è come se in questo brano ci fosse una quantità di “materia oscura” non “visibile” subito a occhio (e orecchio) nudo.

Hope Sandoval dei Mazzy Star
Hope Sandoval dei Mazzy Star, still dal video di Kevin Kerslake “Fade Into You”

Il video

A proposito di visioni, il fatto che siano stati girati ben due video ufficiali della canzone non ha certo aiutato a diradare la nebbia interpretativa che l’avvolge. Nessuno dei due video, infatti, è stato concepito con intenti narrativi o ci dice qualcosa di concreto sui “fatti” della canzone. Il primo è stato girato da Kevin Kerslake – lo stesso regista dei primi video dei Nirvana (Come As You Are, Lithium, In Bloom e Sliver) che Cobain aveva conosciuto proprio grazie al suo precedente lavoro con il primissimo singolo dei Mazzy Star, Halah, tratto dal loro album di debutto She Hangs Brightly (1990).

Nel video non succede praticamente nulla, la telecamera si limita a ritrarre i due musicisti mentre attraversano in macchina il deserto. A volte li vediamo all’interno del veicolo, al volante, afflosciati sul sedile o con la testa fuori dal finestrino; altre volte sono all’esterno in mezzo al deserto, ognuno per conto proprio, nella loro tipica posizione che abbiamo imparato a conoscere grazie alle tante riprese dei loro live: lui appollaiato sul tettuccio dell’auto, a suonare la chitarra da seduto e lei in piedi a cantare con le braccia nascoste dietro la schiena, entrambi fermi, quasi immobili: la sensazione che danno è che potrebbero “svanire” da un momento all’altro fra le dune del deserto, mentre la canzone continuerebbe ad andare avanti all’infinito. Che poi è un po’ quello che è successo dopo la pubblicazione dell’album Among My Swan del 1996: la band non si è sciolta, ma si è dileguata e non abbiamo avuto più loro notizie per 17 anni fino alla pubblicazione del loro (in)atteso ritorno con Seasons Of Your Day del 2013.

L’altro video, invece, è la cosiddetta black and white version, girata da Merlyn Rosenberg, in cui si alternano immagini notturne e sfocate di San Francisco a quelle di qualche esibizione dal vivo della band, sempre calata nella penombra. In questo video, se possibile, succede ancora meno che in quello precedente. Eppure entrambi hanno un elemento comunicativo piuttosto forte. Da una parte c’è il deserto – lo stesso che ha dato i natali al disco “americano” degli U2 (The Joshua Tree) e ha visto bruciare gli ultimi resti di Gram Parsons – un luogo che da sempre affascina schiere di musicisti diversi con una promessa di solitudine e ispirazione: dai Meat Puppets alle “desert sessions” di Josh Homme, fino a Joni Mitchell che realizzò il suo acclamato album “jazz fusion”, Hejira (1976), proprio sotto l’incantesimo del deserto, cantando di coyote, cieli infiniti e terre in fiamme.

Il deserto è un luogo in cui il tempo sembra annullarsi – “eravamo ai confini dell’infinito” dice Mario Lalli nel documentario del 2015 Lo Desert Sound – un posto in cui si ha la possibilità di sintonizzarsi meglio con il mondo per sintonizzarsi meglio con sé stessi. A questo proposito, lo scultore Noah Purifoy – famoso per il suo museo all’aperto a Joshua Tree – una volta ha definito il processo creativo come un atto di auto-interrogazione: “L’arte come fuga dal mondo è sbagliata”, ha spiegato. “Ma la fuga è ciò che la maggior parte delle persone vuole. L’arte dovrebbe essere un confronto con un ‘io’ che ha sempre bisogno di essere migliorato“.

Potrebbe essere l’inseguimento di questo processo di auto-miglioramento quello a cui punta davvero in ultimo lo “svanimento” notturno dei Mazzy Star? Difficile da dire. Di certo l’elemento autoriflessivo della notte e dell’oscurità in generale è l’altro cardine che emerge dal secondo video del brano, in cui riecheggiano i suoi versi più bui (“You go in shadows”, “You’ll go black”, “Some kind of night into your darkness”).

Le interviste

Come si intuisce anche da questi pochi versi crepuscolari, la vaghezza del brano in sé è un altro elemento fondamentale del suo fascino. I versi non narrano una storia chiara e lineare, ma restano volutamente un po’ criptici per farci arrancare nel buio dell’interpretazione. A questo elemento hanno contribuito in maniera significativa anche le due personalità estremamente riservate di Sandoval e Roback, che sono sempre stati restii a parlare della loro musica. O anche solo a parlare e basta. Si narra che ai loro primi concerti il pubblico frustrato dall’eccessivo silenzio li supplicasse, urlandogli “parlate con noi!”. Stesso discorso per le interviste, stanche e svogliate.

Il giornalista del Guardian Dorian Lynskey ha scritto che “Intervistare i Mazzy Star è come gettare sassi in un pozzo profondo e aspettare un debole schizzo”. Qualcun altro ha equiparato l’intero processo a “bere sabbia”. Non esattamente un piacere insomma. In 30 anni, in effetti, l’unico commento sul brano che si è riusciti strappare a Hope Sandoval è stato un laconico: “Penso che sia una bella canzone”. Roback, invece, si è sbilanciato un po’ di più, ma non oltre il minimo sindacale della genesi del brano, per cui adesso almeno sappiamo che la canzone è nata come brano acustico ed è stata scritta in un solo giorno seguendo l’ispirazione del momento. Ah, beh, grazie Roback!

L’ex padrino del movimento Paisley Undeground (Rain Parade, Clay Allison, Opal) almeno però ha spiegato chiaramente il perché di questa loro reticenza: “Molte cose sulla musica sono sovradeterminate dalla televisione e da ciò che la gente scrive e dice su di essa. Bisogna lasciare qualcosa all’immaginazione delle persone, in modo che sentano di poter partecipare. La musica è musica. Non vogliamo far parte di questa sovradeterminazione. Pensiamo che si debba essere in grado di chiudere gli occhi e ascoltarla”.

Mazzy Star
Mazzy Star, still dal video di Kevin Kerslake “Fade Into You”

La musica

Molto probabilmente non c’è brano migliore di Fade Into You per seguire questo consiglio – un brano in cui la musica ammaliante prende il sopravvento su tutto il resto, trasportando l’ascoltatore in un’altra dimensione. Di base è una musica semplice che ruba la progressione di accordi a Knockin’ on Heaven’s Door di Bob Dylan. Solo che qui le porte del paradiso si spalancano e la musica ti inonda, lasciandoti immobilizzato, proprio come i membri della band che la emanano.

È una musica che ti culla nel suo calmo ondeggiare. In una puntata del podcast 60 songs That Explain ‘90s, Rob Harvilla ha spiegato come la magia del brano risieda proprio nella sua tranquillità, la sua costanza, la sua imperturbabilità: “In quattro minuti e 55 secondi che sembrano sei ore, ma potrebbero tranquillamente essere 24, questa canzone non diventa neanche un po’ più forte, o più veloce, o più intensa. Non ha un’escalation, non ha un crescendo, non salta nella torta nuziale, non cambia certamente tonalità e nemmeno espressione facciale, non richiama l’attenzione su di sé negli ultimi 60 secondi più di quanto non faccia nei primi 60. Non c’è bisogno di un’escalation, perché l’attenzione è massima per tutto il tempo”. Il segreto, sempre secondo Harvilla, è il “pssh, pssh” del tamburello in sottofondo: “Non cambia mai. Non attira mai l’attenzione su di sé. Non fallisce mai”.

La voce

L’altro elemento che rende il brano quasi una dolce ninnananna è il canto di Hope Sandoval, che ti avvolge e dona conforto. Negli anni ’90 c’era un sacco di musica alternativa in grado di cantare l’angoscia adolescenziale, ma nessuno dei cantanti della scena grunge che dominava le classifiche dell’epoca aveva pensato di farlo in quel modo così pacato e rilassante. Hope aveva trovato un’altra chiave: cantava allungando ogni sillaba e riempiendola di una malinconia inafferrabile. “La voce di Hope Sandoval suona come una chitarra slide – dice ancora Harvilla – Ogni nota, ogni sillaba scivola verso l’alto o verso il basso oppure scivola in qualche modo di lato. Per quanto la sua voce possa sembrare pastosa, rilassata e rilassante, c’è una tangibile scivolosità. È in movimento, sempre, di sillaba in sillaba. Si sottrae alla cattura”.

In pratica questa canzone è una sottrazione costante. Il che rende improbabile qualsiasi tentativo d’interpretazione univoca. Ma visto che siamo arrivati fin qui proviamo ugualmente a fare l’impossibile.

Hope Sandoval
Hope Sandoval dei Mazzy Star, still dal video di Merlyn Rosenberg “Fade Into You”

Il testo

Il verso di apertura – I Want To Hold The Hand Inside You – ad esempio, è molto meno banale di quello che sembra e costituisce già di per sé una chiara manifestazione d’intenti. Siamo ad anni luce di distanza dalla spensieratezza – per dire – di una I Want To Hold Your Hand bealtesiana, perché qui l’io non vuole più tenerti per mano e basta, quell’“inside you” cambia tutto: “voglio tenere la mano dentro di te” è un desiderio di connessione molto più profonda e al tempo stesso impossibile, così come lo è “svanire dentro un’altra persona”.

A un primo livello di lettura la canzone e il suo titolo potrebbero sembrare semplicemente una rappresentazione del desiderio metaforico di fondersi in un’anima sola con la persona amata. Ma scendendo un po’ più in profondità, che è proprio dove la canzone vuole andare, c’è dell’altro. Mano a mano che si procede, il brano scivola via dal suo intento puramente romantico e diventa una canzone sull’impossibilità di stabilire una connessione umana più profonda con un’altra persona, che a sua volta (si) è persa e sta cercando una connessione con sé stessa.

Per questo la protagonista dice “I look to you and I see nothing” (ti guardo e vedo il nulla), proseguendo poi con “I look to you to see the truth” (ti guardo per vedere la realtà). Quest’ultimo verso è in contrasto con quello che chiude il distico precedente – “I want to take a breath that’s true” (voglio fare un respiro che sia vero). Da una parte c’è questa pulsione verso un sentimento “che sia vero”, puro, sincero, onesto, qualcosa che vada oltre i limiti fisici corporei. Dall’altra c’è la dura realtà – la verità – cioè l’impossibilità di far parte del mondo interiore di qualcun altro.

Nel caso specifico qualcun altro che sembra perseguitato da un vuoto altrettanto totalizzante: c’è “una specie di notte nella tua oscurità che colora i tuoi occhi con quello che non c’è” (Some kind of night into your darkness / Colors your eyes with what’s not there). Da quest’altro punto di vista l’io narrante diventa “una luce estranea che si accende lentamente”, “un cuore estraneo senza casa”. Oppure questi commenti parlano ancora della persona amata? Non è chiaro e se non si fosse ancora capito più ci si addentra in Fade Into You più si rischia di perdersi nei suoi meandri. In ogni caso, qualunque sia il suo significato reale, è evidente che qui siamo ben oltre la semplice canzone da sbaciucchiamento romantico.

La ricezione da parte del pubblico

Lo dimostrano anche i vari commenti ai video ufficiali su YouTube, dove moltissime persone si sono sentite libere di raccontare le proprie esperienze personali legate al brano – spesso dolorose – relazionandosi non soltanto allo spirito della canzone, ma anche tra di loro e stabilendo così, in qualche modo, quella connessione umana profonda tanto desiderata.

Fade Into you è quindi una canzone che, contrariamente al suo titolo, non svanirà mai, perché ha creato un suo universo, un mondo che – come ha scritto Hope Sandoval in una poesia pubblicata pochi giorni dopo la scomparsa di Roback, avvenuta nel 2020 – è “pieno della confortante tristezza che ci tiene uniti”.

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