La storia è un dj, il lupo della stecca e altre relazioni tra Sanremo 2021 e i modelli stranieri
-
Giulio Pasquali
- 17 Marzo 2021
1. La storia è un dj
Il Festival di Sanremo è come la Chiesa Apostolica Romana: un’istituzione sostanzialmente conservatrice che quando apre al nuovo lo fa a piccoli passi e tra le lamentele opposte da un lato dei tradizionalisti, per i quali quei passi sono già troppo, e dall’altro quelle di chi nel nuovo ci vive già e li trova troppo timidi (compresi quelli che rifiutano l’istituzione ma, riconoscendone il potere di influenza, auspicherebbero mosse più decise). Così per Bergoglio così, mutatis mutandis, per la vittoria dei Måneskin a Sanremo, che ha diviso il pubblico in varie fazioni: chi esulta per l’assalto al cielo e chi pensa che questa vittoria sia la morte definitiva del rock; chi vede nella vittoria di quel suono (ormai vivo per lo più come archeologia – i Royal Blood un’eccezione, i Greta Van Fleet forse una conferma) un incoraggiante segnale in controtendenza e chi invece si ricorda antiche sperimentazioni e avanguardie e chiede se si stia scherzando; chi alza gli occhi al cielo sospirando “ancora?” e chi la vede con favore nel contesto di un periodo e di un frame tutt’altro che favorevoli a quella musica lì (che sia più rruock che “rock” poco conta, e anche che chi scrive concordi sia con la stroncatura della cover di Amandoti che con le perplessità espresse qui, qui e prima ancora qui su SA).
Il punto, che vale probabilmente ancora di più per le “provocazioni” di Achille Lauro, è che da un lato i non entusiasti hanno ovviamente ragione, perché, dopo e oltre i modelli sia dei vincitori del 2021 che del buon Achille, c’è stato e si è visto veramente di tutto. Dall’altro, però, Neil Young ci ha avvisato tanto tempo fa che la ruggine non dorme mai, e Non è per sempre vale ahimè anche per le conquiste in senso progressista del costume, della morale, ma anche dell’arte, dove capita di vedere arretramenti e passi indietro – che non sono quelli che servono a rigenerarsi a fonti sempre fertili, ma semplicemente inaridimenti della voglia di azzardare (perché spesso ci si dimentica delle difficoltà che agli inizi hanno dovuto affrontare quelli che oggi consideriamo classici).
La storia è un dj nel senso che non funziona per interruttori che spengono o accendono un’epoca con un clic: mentre un periodo inizia a sfumare contemporaneamente sta sorgendo per gradi il nuovo, e quando questo prende il sopravvento quello vecchio prosegue per un po’, diciamo così, in sottofondo – e non è detto nemmeno che sfumi definitivamente (banalmente, la caduta dell’Impero romano non arrivò da un giorno all’altro ma si preparava da tempo, e anche dopo il mondo continuò per parecchio a somigliare a quello precedente; né, una volta finita la Guerra di Secessione americana, finirono di colpo le discriminazioni e le difficoltà dei neri, e così via).
Così, il giorno che Bowie andò a Top of the Pops a cantare Starman con quei vestiti, per di più facendo il gesto di poggiare la mano sulla spalla di Mick Ronson (una roba inaudita per la tv inglese dell’epoca, Swingin’ London o meno), gridando “You’re not alone!” a tutti gli “strani” del Regno più forte di quanto non facesse in coda a Rock’n’Roll Suicide, non finì certo l’epoca del bullismo verso gay, presunti tali o genericamente “deboli”/“diversi”: semplicemente un processo che si stava muovendo, quello verso l’accettazione di sessualità e modi di apparire ed essere non convenzionali, ricevette una spinta notevole; ma è una battaglia che, se ha registrato giganteschi passi in avanti, se rispetto agli anni ’50 questo è l’Eldorado, non nasconde i problemi.
È questo che deve aver mosso l’autore di Rolls Royce: con i suoi limiti, coi contratti con Gucci, deve aver pensato che il concetto andasse ripetuto, sia pur riprendendo gli stilemi ziggyani – magari in continuità anche con quello che l’Uomo delle stelle rappresentò; Lauro deve aver maturato la convinzione che ci sia ancora troppa gente in giro che subisce pregiudizi e oscurantismi e che quindi fosse necessario ribadire, convinto che dire le cose una volta non basta davvero e nemmeno cento, perché finché il problema persiste sono tutte necessarie. Ma se non dubitiamo che le intenzioni siano queste e siano buone, rimane invece il dubbio sul risultato; ovvero ci si chiede se il patinato non abbia coperto tutto trasformandolo in qualcosa di più vicino a quegli spot “motivazionali” che per vendere un prodotto provano a vendere una filosofia, che non a un atto estetico/politico. O, per dirla nei termini di Morgan, se in quelli che a quanto pare erano i penultimi atti di questa prima fase di carriera ci sia davvero la novità e il livello perché quella performance sia davvero teatro o se non si resti soltanto un travestimento: a ognuno la sua valutazione.
2. Il lupo della stecca
Ribadire, dicevamo. Perché il fatto che certe novità si siano realizzate, siano accadute, non significa che siano state generalmente metabolizzate. Tanto meno in un’epoca retromane come questa, dove perfino i nuovi continuano a rifarsi agli anni ’80 (e senza che sia un revival ricorrente: succede ininterrottamente dai primi anni zero), tra l’altro a quelli più pop e facili, rarissimamente ai più marginali e altri.
Nei tardi anni ’90 il sottoscritto assistette a un concerto romano di Bonnie Prince Billy / Will Oldham nel quale il Nostro, che ricordiamo ha avuto un suo brano, I see a Darkness, ripreso nientemeno che da Sua Maestà Johnny Cash, si produceva in una notevole serie di stonature tanto marcate quanto, misteriosamente, in “armonia” con i brani che stava suonando: un’inaudita “poesia della stecca” che nei dischi non era così marcata e che spiccava nonostante i quasi venti anni passati dall’esordio dei Beat Happening e la lunga tradizione di lo-fi ed informale sviluppatasi nell’indie anglofono, e ancor prima da Trout Mask Replica in avanti (per tacere di avanguardie varie).
Era appunto vent’anni fa e non era nuovissimo neanche allora; eppure oggi basta un Bugo un po’ impreciso (sì, ok…) per scatenare gli alti lai di audiofili veri e improbabili, dimentichi per esempio del successo planetario, ancorché di relativa nicchia, di Beck e scandalizzati dall’offesa al Bel Canto. Ma è un’epoca retromane, come detto, anche e di più quando non ci si rende conto di subirne le sirene: un’epoca in cui da una parte ci si lamenta di Renga e Arisa poi dall’altra si sdoganano quelli che un tempo erano i nemici della mentalità e dell’attitudine rock quali Gianni Morandi, Rita Pavone (che pure fa di tutto per ricordarcelo…), Raffaella Carrà e, sì, Orietta Berti: rivalutati certo anche a causa della loro indubbia professionalità, dell’incontestabile garbo e della netta distanza dalla decadenza cafonal di tanti fenomeni odierni – il disprezzo per i quali, però, talvolta suona un po’ come “che tempi, ‘gnora mia” (e gli anziani in questione, tra qualche cambiamento di dichiarazioni e di personaggio e le gaffes e disavventure della Berti, da rock d’altri tempi, consapevolmente o no si adeguano).
E non è solo questione di contesto: cioè sì, ma di un contesto considerato solo parzialmente, perché il contesto è Sanremo e le sue tradizioni, all’interno delle quali Bugo è inammissibile così come i Maneskin sono rivoluzionari, ma è anche quello di un’edizione il cui motto potrebbe essere, parafrasando Guenzi e soci appropriatamente presenti in gara, (Non) Sono (mai stato) così indie (come quest’anno) – e non era nemmeno il filone più triviale di quello che di indie ha solo l’ambiente dell’esordio ma che per il resto viene giustamente chiamato itpop. E il contesto, a guardarlo tutto, è anche quello di una scena musicale italiana (vedi Calcutta) e internazionale (nomi a piacimento) per le quali certi azzardi non sono mainstrem ma nemmeno una novità. Anche qui, evidentemente, al netto di Bugo che forse non ha trovato la quadra tra le sue ruvidità stilistiche e il pop, è ancora necessario ribadire che l’armonia si può trovare dove prima non si sospettava.
3. Guardami negli occhi, sarò il tuo specchio
Sul palco della kermesse ligure, tra gli altri, nella serata cover/duetti c’era anche Rettore, che qualcosa su come il pop annusi, rielabori e liofilizzi le sperimentazioni potrebbe spiegarla, visto il tempismo e la mano felice con cui colse il successo dei Madness in UK e in quello stile, riprodotto con tutti i sacramenti, costruì al volo la hit Donatella (pop will eat itself, ma dopo essersi mangiato tutto il resto). Il fatto è che, terza (almeno) banalità, fuori dalle classifiche non c’è solo casino, dissonanze, stonature e assalti sonori, ma esistono anche amanti della forma canzone, pure cantabile a piena voce, ma magari meno smielata, retorica o sonoramente leccata di quella che si trova nelle chart, esistono cantautori o obliqui e danze moderne. E certe avanguardie, certe nicchie, viene più facile arruolarle, specie se trovano chi è bravo a costruire un ponte tra i margini e il centro (tra i quali neanche si trovano sempre muri insormontabili), tra le ricerche straniere e il mainstream nostrano, o almeno i suoi luoghi.
E a un certo punto abbiamo capito chi ci ricordavano i Coma_Cose, cosa stavano adattando una volta abbandonati gli elementi hip hop, musicali e di look (ma mantenendo arguzia e fantasia verbali) e presentatisi sul palco ligure in veste elegante, colori identici e posa speculare: non tanto Marina Abramovic e Ulay nella celebre performance del tavolino (dove il secondo tra l’altro era in bianco) quanto, musicalmente parlando, una versione accomodata dei (sì, spariamola) Mazzy Star – la chitarra con l’eco, l’arpeggio etereo, la semplicità armonica, la dialettica maschile-femminile – alla fine, altri nipoti di Femme Fatale.
Nella canzone dei VU Reed componeva e Nico ci metteva la voce, ma già lì il quadro non era così semplice, né per forza così patronising – l’uomo che fa il lavoro di base di comporre e pensare la musica con la donna che ci mette l’istinto e il corpo, cioè la sua voce, e un ruolo da musa passiva (e forse non era così, contrariamente alle apparenze, nemmeno per l’accoppiata Birkin-Gainsbourg): se in quei casi, anche dove è l’uomo ad avere tutte le responsabilità compositive nominali, la presenza del femminile è comunque l’impulso senza il quale la composizione non si darebbe, è uno dei due poli di una dialettica che altrimenti non si animerebbe, qui la cosa viene ribadita dalla messa in scena con i vestiti uguali e nel fatto di cantare a turno lo stesso testo: una dialettica che consiste nel guardarsi e riconoscersi, e riconoscere più affinità che divergenze, e queste ultime superarle – o bruciarle – appunto guardandosi – so tonight that I might see, dicevano appunto Roback e Sandoval, i Mazzy Star, nel loro disco più celebrato. Uno sguardo paritario, alla stessa altezza, che forse è un’esemplificazione di quello che chiede il signor De Marinis, forse potremmo leggerlo come Achille Lauro con altri mezzi.
