Waterboys
The Waterboys, still dal video “The Whole of the Moon"

The Waterboys. “The Whole Of The Moon” Troppo lontano, troppo in alto

Ci sono canzoni che sfidano tutte le logiche di marketing e vivono di vita propria, fregandosene delle strategie e le metodologie di promozione. Può capitare così che il grande riscontro pubblico di un brano musicale non coincida con la sua uscita, ma venga raggiunto a scoppio molto ritardato, una volta che melodia e testo si sono insinuati, per vie misteriose – e proprio per questo più intriganti – nella memoria collettiva di un più vasto gruppo di persone. È un po’ il caso di The Whole Of The Moon, probabilmente la canzone più famosa dei Waterboys.

Pubblicata come singolo dall’album This Is the Sea nell’ottobre 1985 senza comunque ottenere un grande riscontro, la canzone è diventata in seguito una delle più popolari della band, giustificandone la ristampa nel marzo 1991. È proprio grazie a questa riproposizione che raggiunge la terza posizione nella classifica di vendita di quell’anno nel Regno Unito, aggiudicandosi l’Ivor Novello Award come “Migliore canzone per testo e musica” l’anno dopo.

Non che il suo eccentrico autore, lo scozzese Mike Scott, si fosse mai preoccupato di raggiungere a tutti i costi il grande successo. In un intervista rilasciata al sottoscritto qualche anno fa, Scott credeva, anzi, nella ‘Legge dello sforzo rovesciato’, che viene dal Buddismo Zen.

Le cose che non cerchi di ottenere, prima o poi verranno a te. Credo di essere un buon songwriter, come molti altri della mia generazione, ma non vado là fuori cercando disperatamente un po’  di pubblicità. Faccio quello che so fare, cerco di produrre dei dischi e di esibirmi sul palco al meglio delle mie possibilità e aspetto che sia il mondo a venire verso di me
Mike Scott

Ed effettivamente, a capo dei Waterboys dalla sua fondazione risalente ai primi anni ’80 ad oggi, il musicista non si è mai veramente curato di assecondare il pubblico. Al contrario, la sua creatura musicale ha subito fino ad oggi alcuni radicali processi di trasformazione ed inversioni di marcia. Una predisposizione al cambiamento che ha anche coinciso con sostanziali sostituzioni di collaboratori. Uno tra questi, il tastierista Karl Wallinger; membro della band a partire dal 1983 fino alla realizzazione di This Is The Sea e figura centrale nella composizione della stessa The Whole Of The Moon. Una canzone che rappresenta anche il momento di maggior successo della prima incarnazione dei Waterboys – legata ad un rock più tradizionalmente inteso – ed al tempo stesso il punto di svolta che dà vita alla fase successiva, segnata dalla riscoperta del folk, in particolare irlandese.

Intorno alla metà degli anni ’80, i Waterboys potevano vantare nel novero degli estimatori colleghi del calibro di Jimmy Page, U2, Dave Stewart, Tom Verlaine e Bob Dylan (con il quale ebbero anche l’onore di collaborare in quel periodo. A testimonianza di questo resta lo strumentale Meridian West, contenuto nel cofanetto 1985, contenente demo, live inediti e brani registrati nel periodo in cui lo stesso This is The Sea è stato registrato). Un profilo artistico di un certo livello che consentì loro di trascorrere, a più riprese, del tempo negli USA. Ed è proprio durante questi soggiorni che Scott e Wallinger furono testimoni dell’ascesa di un musicista dal talento fuori dal comune, Prince Rogers Nelson. Tale e tanta l’ammirazione provata ed espressa apertamente dai due nei suoi confronti, che la stessa realizzazione di The Whole of The Moon ne venne fortemente influenzata.

The Waterboys
The Waterboys, still dal video “The Whole of the Moon” (2024)

È opinione diffusa che lo stesso soggetto del testo sia una sorta di proiezione del talento precocemente visionario di Prince. A far chiarezza su questo è stato lo stesso Mike Scott, autore del testo, che nel corso di un intervista rilasciata una decina di anni fa al mensile Uncut così spiegava: “La mia vita era molto compressa all’epoca. Non avevo molta vita sociale. Ero concentrato esclusivamente sulla realizzazione dei miei dischi. Ho registrato …Moon da solo, con una drum machine, e poi ho coinvolto i musicisti che mi servivano. Parla di una persona che ha un’ascesa spettacolare, simile a una meteora, ma finisce col bruciarsi o muore giovane. Anche se la canzone non parla di lui, l’equivalente più vicino sarebbe Hendrix. L’aggiunta di un elenco di tutte le cose che il protagonista o la protagonista ha visto, serviva a fa salire la temperatura emotiva. Così che il ritornello finale aveva un tocco di fatalità in più. Per esprimerlo ho inserito “You came like a comet, blazing your trail“, aggiungendo a quel punto un campione di fuochi d’artificio estratto da un disco di effetti sonori della BBC. Questo si incrocia con l’assolo di sax di Anthony Thistlethwaite, così che sembra che il sax nasca dalla cometa stessa. Una magia sonora di quel tipo accade e basta”.

Una canzone dedicata ad artisti dal talento sovrannaturale dunque. Talenti in grado di cambiare il mondo. Eppure i riferimenti diretti al folletto di Minneapolis restano ben riconoscibili. I timbri tastieristici scelti con cura da Karl Wallinger – e che sono un fattore praticamente inedito fino a quel momento nella musica dei Waterboys – prendevano direttamente ispirazione da quelli divenuti marchio di fabbrica delle produzioni del “principino”. Oltre a quelli, altre influenze sonore sono riconducibili a Beatles, Bowie e Springsteen, dettagli che contribuiscono a rendere ancor più caleidoscopica e euforizzante la canzone. Tutto questo frutto del talento di arrangiatore di Wallinger – scomparso prematuramente il 10 marzo di quest’anno – autore di album pregevoli e decisamente sottovalutati, come nel caso dei World Party.

Waterboys
The Waterboys, still dal video “The Whole of the Moon”

Il video musicale della canzone è stato diretto dal regista irlandese Meiert Avis. Tra i suoi clip più famosi, da ricordare Where The Streets Have No Name e With or Without You dei connazionali U2 – con i quali ha praticamente collaborato in maniera continuativa fin dai loro inizi – ma anche lavori per Bob Dylan, Bruce Springsteen, Patti Smith, Ryuichi Sakamoto, Iggy Pop, Chris Cornell, Audioslave, Killing Joke, Alanis Morissette, Paramore e tanti altri. Girato girato all’interno del Lyceum Theatre di Londra nel novembre 1985, il promozionale riflette il carattere “lunare” del testo della canzone riprendendo i Waterboys immersi in un’atmosfera notturna. Particolarità della ripresa, la voce di Mike Scott e gli interventi di violino e tromba registrati in presa diretta. Un espediente insolito che da una parte conferisce alla messa in scena una certa autenticità ma che dall’altra, forse, sottolinea ancora una volta quanto il musicista abbia sempre nutrito una certa diffidenza, o disinteresse, verso i meccanismi della music business ed i suoi passaggi obbligati. Uno dei motivi questo per cui la collaborazione artistica tra lui e Wallinger arrivò ad un punto di rottura, sottolineato negli anni a venire dall’amareggiato tastierista che riferì perfino di un presunto rifiuto da parte di Scott ad acconsentire ad una strategica apparizione all’interno della popolare trasmissione televisiva Top of The Pops, nota per essere – all’epoca – il portale per le sicure vendite discografiche in area britannica.

Negli anni, la statura della canzone è stata confermata da una serie di cover version più o meno riuscite. Tra queste sono da ricordare quella realizzata nel 2019 dalla statunitense Fiona Apple come colonna sonora della serie The Affair – un’interpretazione rabbiosamente rauca e dolente la sua – o ancora quella dei Bleachers di Jack Antonoff – sommessa, soffusa ed atmosferica – mentre lo stesso Mike Scott ha riproposto in versione live la sua composizione assieme ai Killers, band che ha coverizzato in più occasioni il classico, rileggendolo in chiave energica e anthemica, in un certo senso riportandolo, riattualizzato e galvanizzat0, alla sua epica caratura.

Nonostante le vivide immagini che il testo riesce ad evocare, la canzone resta aperta a molte possibili interpretazioni ed associazioni. Un po’ come tutte le grandi canzoni d’altro canto dovrebbero fare. Tuttavia, la leggenda della dedica più o meno dichiarata a Roger Nelson è riuscita a superare la prova del tempo, tanto da raggiungere il diretto interessato che in due occasioni la ripropose in versione live. La prima nel febbraio del 2014 durante un concerto tenuto nel Ronnie Scott’s Jazz club di Londra. La seconda il 3 maggio 2015, quando il musicista decise di rieseguirla durante una session registrata presso i leggendari Paisley Park Studios. La cover, facente parte di uno streaming di uno intitolato Prince and 3rdEyeGirl è stata resa pubblica attraverso l’account Soundcloud Prince3EG nove giorni dopo lo spettacolo. In questa curiosa versione, The Artist Formerly Known As si era anche divertito cambiando la prospettiva del testo invertendo il “Tu” con l’”Io”, e viceversa; interpretando in pratica il ruolo della figura che aveva così ispirato Mike Scott. In questo modo la frase chiave “I saw the crescent / You saw the whole of the moon” venne trasformata in “You saw the crescent / I saw the whole of the moon”.

Nella sopracitata intervista gli venne chiesto: “Oltre ad avere ottenuto attestati d’apprezzamento da parte di musicisti del calibro di Prince ed degli U2, alcune delle tue canzoni sono diventate a tutti gli effetti parte integrante del repertorio della musicale folk scozzese ed irlandese (…)  Cosa si prova quando ci si rende conto di avere composto delle canzoni di quella portata, di aver raggiunto un traguardo del genere?”. Dopo una breve pausa, coerentemente con gli insegnamenti della filosofia Zen, Scott rispose: “Beh è molto difficile rispondere, anche se a pensarci, in realtà hai già risposto tu stesso alla domanda”.

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