A Long December, Counting Crows: la più grande canzone di Natale che non parla del Natale
-
Fabrizio De Palma
- 24 Dicembre 2025
“Se conosci più di quattro canzoni dei Counting Crows, o sei depresso o fai parte della band” diceva un vecchio mean tweet. Tralasciando la pessima battuta – e il bullismo mediatico che i Counting Crows hanno subito per tutta la loro carriera – nel caso in cui la vostra conoscenza della band fosse davvero circoscritta a sole quattro canzoni, è molto probabile che una di queste sia A Long December. Non la loro canzone più famosa – quella resta Mr. Jones, di cui vi avevamo già parlato – ma in ogni caso una delle più amate dai fan e dal suo stesso autore Adam Duritz (“l’unica canzone che non mi stanco mai di cantare”); un brano che risuona in maniera particolare tra il 21 e il 31 dicembre, pur non essendo – almeno non esplicitamente – una canzone di Natale. La questione, a dire il vero, è oggetto di discussione e negli anni si sono sviluppate diverse teorie interessanti, simili a quelle che riguardano i film di Natale: Eyes Wide Shut e Die Hard sono film di Natale o sono film ambientati durante il periodo natalizio? E qual è la discriminante? La trama o il sentimento? Trasferendo il discorso in ambito musicale, A Long December può essere considerata una canzone di Natale?
“Sì, in un certo senso sì” – è lo stesso autore ad averlo dichiarato durante un episodio del podcast di Rolling Stone. Per spiegarlo, Duritz paragona A Long December alla versione originale di Have Yourself a Merry Little Christmas, prima che Frank Sinatra cambiasse le parole per renderla più natalizia. Nella versione originale di Judy Garland il testo dice “Presto un giorno saremo tutti insieme / se il destino lo permetterà / Fino ad allora, dovremo arrangiarci in qualche modo”. Quest’ultimo malinconico verso è stato sostituito da Sinatra con “…se il destino lo permetterà / metteremo una stella splendente sull’arco più alto”, depotenziando di fatto la carica emotiva agrodolce della canzone originale. Per Duritz, invece, è fondamentale restare legati a quel sentimento agrodolce, come fanno ad esempio River di Joni Mitchell o la più grande canzone sul Natale mai scritta, Fairytale Of New York. La tesi di Duritz, in soldoni è che una canzone si possa definire “di Natale”, anche se il Natale non è il tema centrale dell’opera, a patto che si mantenga un certo sentimento che “risuona” con quello che si prova durante questo periodo.
A confermare quanto sopra ci ha pensato il critico musicale Steven Hyden – tra i più grandi “difensori” della band di Adam Duritz – secondo il quale A Long December non solo è una canzone natalizia, ma è addirittura la più grande canzone di Natale e anche di tutte le altre festività (!). Per capire ciò, secondo Hyden bisogna pensare a A Long December come a un viaggio attraverso quattro canzoni diverse: c’è la A Long December letterale, la A Long December figurativa, la A Long December personale e, infine, la A Long December natalizia. Solo attraversando tutte e 4 le tappe si può giungere alla conclusione finale, ben sintetizzata dalla conduttrice di Bandsplain Yasi Salek: “Il fatto è che ‘A Long December’ è assolutamente una canzone natalizia, cazzo. Chi dice il contrario mente”.
Tuttavia, osservando il video ufficiale del brano non si vede praticamente nulla di natalizio, scordatevi qualsiasi lucina o addobbo, l’ambientazione è piuttosto cupa e oscura: Duritz suona un pianoforte ricoperto di foglie secche in una foresta buia che sembra uscita dal Sottosopra dufferiano, mentre Courteney Cox – la star di Friends con cui all’epoca Duritz aveva una relazione – è intenta a scrivere una lettera su un foglio che viene ripetutamente riletto e accartocciato. Il video è piuttosto minimale e monocromatico, eppure fortemente comunicativo. Gli ambienti sembrano quelli di una galleria d’arte contemporanea, non a caso la regia è dell’artista australiano Lawrence Carroll. Morto nel 2018, Carroll è stato una figura di spicco del panorama artistico contemporaneo, ha partecipato a mostre internazionali -come la Biennale di Venezia e Documenta IX – e le sue opere sono state esposte nei musei di tutto il mondo, tra cui il Guggenheim di New York. Tra le altre cose, a inizio carriera ha disegnato le inquietanti copertine dei dischi degli Slayer. Il video dei Counting Crows costituisce un’eccezionalità nella sua opera e nella storia dei videoclip: con pochi dettagli visivi è riuscito a imprimere su pellicola il sentimento di tutte e 4 le canzoni teorizzate da Hyden.
La prima – la “A Long December letterale” – è la storia vera che ha ispirato la canzone. Come ha raccontato Duritz in svariate interviste, il brano è stato ispirato da un’amica (al secolo Jennifer Andrews), che aveva avuto un grave incidente ed era rimasta per molto tempo in ospedale. Lui la andava a trovare spesso, anche se in realtà non era un’amica così stretta, ma più un’amica di altre amiche (Tracy Falco e Samantha Mathis). Sempre nel podcast di Rolling Stone Duritz ha spiegato che la madre della ragazza aveva bisogno di una mano per alternare le visite e siccome nessuno si era offerto, alla fine ci era andato lui. Il legame affettivo con Jennifer si è sviluppato soltanto dopo o meglio durante queste visite quotidiane passate a chiacchierare e guardare film. Nel frattempo, Duritz stava anche registrando le canzoni del nuovo album e lavorando allo storico Viper Room di Los Angeles, come barista, per stemperare un po’ la tensione, montata alle stelle dopo il successo strepitoso del primo disco.
Un giorno, dopo essere passato in ospedale e aver lavorato al locale, aveva guidato fino a casa delle sue due amiche ed era rimasto a parlare con loro fino a tarda notte. Poi una volta tornato a casa si è seduto al piano, le emozioni di quei giorni sono emerse tutte insieme e la canzone si è scritta praticamente da sola. Tutti questi elementi ritornano in alcuni versi emblematici: quello sul “guidare fino a Hillside Manor poco dopo le 2 del mattino e parlare un po’ dell’anno” è un riferimento diretto a quella notte, mentre “l’odore degli ospedali in inverno e la sensazione che sia tutto un mucchio di ostriche, ma nessuna perla” è un ricordo vivido delle sue visite ospedaliere. Dal punto di vista visivo non c’è niente di riconducibile a quelle visite, ma su tutto il video aleggia un’atmosfera luttuosa, simile a quella che si respira nelle sale d’attesa degli ospedali: in una scena in particolare Duritz e gli altri sono vestiti tutti di nero e sembra quasi che stiano presenziando a una veglia funebre.
Per cogliere la “A Long December figurativa”, invece, bisogna conoscere un minimo il contesto più ampio in cui si inserisce il brano, contenuto nel secondo album della band, Recovering The Satellites. Pubblicato nell’ottobre del ‘96, il secondo disco dei Crows arriva a tre anni di distanza dal successo strepitoso di August and Everything After (1993). Rispetto al suo predecessore è un disco molto diverso – meno “solare e pop”, più “grezzo e rock” – fin dai colori della copertina: gialla quella del disco d’esordio, nera e “verde veleno” quella di RTS, su cui campeggia la classica luminaria natalizia della stella cometa, ma – diversamente da quella immaginata da Frank Sinatra – è spenta e sembra uscita da un fumetto ambientato a Gotham City.

Sconvolto dall’impatto della fama, Duritz dedica questo disco ai suoi effetti negativi: dalla sovraesposizione radiofonica cantata in Have You Seen Me Lately? alla solitudine affettiva causata dai tour senza sosta di Daylight Fading fino alla titletrack, ambientata a Los Angeles, dove Duritz si era trasferito a vivere e dove “tutto quello che tutti vogliono davvero sapere è quando cadrai giù”. Inquadrata sotto questa luce sinistra A Long December si colloca direttamente nel filone delle canzoni losangeline in cui la città degli angeli smette di essere pura ambientazione e diventa metafora dell’apparenza scintillante, in contrasto col marciume sotterraneo e il malessere interiore (vedi Celebrity Skin delle Hole o Desperadoes Under The Eaves di Warren Zevon).
In quest’ottica i versi “un altro giorno nei canyon” e “un’altra notte a Hollywood” assumono un significato ancora più malinconico. Nel video questa sfumatura di significato viene lasciata al momento in cui Duritz mostra la polaroid di un cartello con su scritto “MAPS TO THE STARS HOMES”. Il riferimento è alla mappa delle abitazioni delle star di Hollywood (una cosa abbastanza diffusa a LA), fornita da varie agenzie, in modo da poter fare una specie di tour dei Vip, come allo zoo.

Proseguendo il viaggio nella canzone, la terza tappa è quella della “A Long December personale”, ovvero quella che afferisce alla sfera privata di ciascun ascoltatore. In pratica è il significato che ciascuno di noi attribuisce al brano in base alla propria esperienza personale. Nel caso di Hyden, ad esempio, a colpirlo nel privato sono soprattutto le parti che parlano di una ragazza lontana (quella interpretata da C. Cox nel video): versi come “non riesco a ricordare l’ultima cosa che hai detto mentre stavi andando via” o “se pensi di poter venire in California, credo che dovresti farlo” fanno pensare immediatamente a una rottura e a una possibilità di riconciliazione.
Il giornalista Nico Stratis, invece, ha raccontato, in un vecchio pezzo uscito su Spin, come il brano sia per lui indissolubilmente legato al ricordo della sua ex compagna morta di cancro e al senso di colpa per non aver fatto in tempo a dirle addio, ma anche a una sera di dicembre in cui stava guidando e il pezzo è uscito a sorpresa dalla modalità shuffle e allora ha dovuto accostare il furgone per mettersi a piangere. Leggendo i commenti al video su Youtube si può notare come quest’ultima interpretazione legata al dolore della malattia e alla perdita di una persona cara sia in realtà molto diffusa. Commenti come “Questa canzone mi sta aiutando a superare la chemio” oppure “Dedico questa canzone alla madre dei miei due figli. È morta nel 2024. Mi manchi e ti amo” sono tra i tanti esempi che si possono trovare scorrendo la lista. Evidentemente “l’odore degli ospedali d’inverno” è una cosa che ti rimane appiccicata addosso per sempre.
Un altro commento dice “Questa canzone non viene mai suonata durante le festività, ma è assolutamente una canzone natalizia”. E così veniamo alla quarta e ultima tappa di questo lungo dicembre. Per comprendere quest’ultimo passaggio Hyden fa riferimento a un brano di Taylor Swift, intitolato Tis The Damn Season, che parla di tornare nella città dove sei cresciuto per le vacanze natalizie e renderti conto di non appartenere più a quel luogo. Anche qui c’è una sensazione olfattiva negativa “Le vacanze indugiano come un cattivo profumo / Puoi scappare, ma solo fino a un certo punto”. D’altro canto, anche in A Long December c’è qualcosa di legato allo spaesamento emotivo generato dalle vacanze e dalla dislocazione fisica del protagonista e dei suoi affetti.
L’abbinamento è curioso di per sé, ma lo è ancora di più se si pensa che da un po’ di tempo a questa parte, durante i concerti, Duritz introduce l’esecuzione di A Long December suonando prima un pezzo di Taylor Swift. Non è lo stesso citato da Hyden, ma la suggestione di una connessione emotiva tra i due artisti e le loro canzoni resta interessante. A questo punto Hyden giunge alla conclusione del suo ragionamento con un’arringa finale fulminante secondo la quale A Long December è costituita da “una serie di scene non proprio collegate tra loro, che alludono alla storia vera dell’amica in ospedale, ai sentimenti di Duritz riguardo alla fama e a una donna misteriosa che potrebbe in realtà essere una metafora del desiderio non corrisposto. Ma quando si sommano tutti questi elementi, in qualche modo si trasforma in una canzone su come le festività ci catapultino nel tunnel del nostro passato alla ricerca di una versione di noi stessi – o dei nostri genitori, dei nostri compagni di scuola o delle nostre città natali – che non esiste più”.
È questo parte del suo segreto vincente, perché durante le vacanze natalizie tutti tendiamo a pensare un po’ al passato e a fare dei bilanci. Ma anche – e qui sta l’altra metà del suo segreto – a fare fioretti e progetti per il futuro. Come ha detto lo stesso Duritz “è una canzone che parla di guardare indietro alla propria vita e vedere i cambiamenti che avvengono. E per una volta, per me, guardare avanti e pensare che le cose cambieranno in meglio”. Ed è per questo che l’incipit del brano contiene già tutto in un verso: “Un lungo dicembre, e c’è motivo di credere che forse quest’ anno sarà migliore del precedente”.
A Long December è, quindi, una canzone “natalizia” immortale, non perché il pianoforte suonato in tonalità di #Fa ricorda le migliori melodie al piano di Bruce Springsteen e nemmeno perché ha un testo che è una masterlcass su come scrivere versi semplici e memorabili (Duritz non dice “Ti Amo”, dice “guardo attraverso una stanza affollata per vedere il modo in cui la luce si posa su una ragazza”).
Ma no, A Long December è una canzone “natalizia” immortale perché ogni anno che dio manda in terra, qualsiasi cosa sia successa, continueremo sempre a sperare che il nuovo anno sia migliore di quello appena passato. Auguri a tutti.
