Hole. “Celebrity Skin”, il marcio dietro le mille luci di Los Angeles
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Fabrizio De Palma
- 8 Settembre 2023
Courtney Love – ricordata quasi sempre in primis come “la vedova Cobain” e solo in seconda battuta come la leader delle Hole – è stata una delle personalità più odiate della storia dell’alternative rock, diciamo pure una stronza, drogata, arrivista e sfascia famiglie, giusto per sintetizzare trent’anni d’insulti ricevuti sia di persona, che tramite la sottile – ma a volte non così tanto – arte del songwriting.
Sono molte, infatti, le canzoni che sono state scritte a mo’ di vendetta personale contro la condotta (im)morale di Courtney Love. Tra queste ricordiamo Bruise Violet delle Babes In Toyland, in cui l’ex amica Kat Bjelland l’accusava di averle rubato l’estetica “kinderwhore”, oppure Starfuckers, Inc. dei Nine Inch Nails o Professional Widow di Tori Amos che, invece, puntavano il dito contro la sua vita sessuale, etichettandola come una mangiatrice di uomini di successo, declinata, a seconda dei rispettivi linguaggi, in una “vedova di professione” o in un’accalappia-scopate d’alto bordo.
Anche la stampa fece la sua parte nel veicolare l’immagine di “arrampicatrice sociale” senza scrupoli. Un passo fondamentale fu il famoso articolo di Vanity Fair pubblicato nel settembre del ’92 (Strange Love: The Story of Kurt Cobain and Courtney Love). Nel tracciare il suo profilo, la giornalista Lynn Hirschberg sottolineò quanto CL avesse deciso scientemente di “accaparrarsi” una grande celebrità per accrescere la propria stella, rimarcando quanto fosse entusiasta di essere “la signora Cobain” e quanto ciò fosse “uno dei suoi obiettivi e non qualcosa che aveva lasciato al caso”.
Dato il personaggio larger than life, purtroppo, anche buona parte del pubblico si è concentrata soprattutto sugli aspetti più folcloristici delle sue apparizioni e sulle cronache mondane. In pochi, invece, hanno approfondito la raffinatezza del suo songwriting, che al suo massimo non aveva nulla da invidiare a quello del compianto marito.
Celebrity Skin, primo singolo estratto dall’omonimo album pubblicato l’8 settembre 1998, rientra sicuramente tra questi: trattasi di un congegno pop-rock di 2 minuti e 42 secondi, in cui per la prima volta tutta la rabbia delle Hole riversata nei due dischi precedenti – Pretty On The Inside (1991) e Live Through This (1994) – viene incanalata in una perfetta “caramella pop”, tanto dolce e sfavillante all’esterno quanto velenosa e amara al suo interno.
A imprimere il brano nella memoria ci penserà il video girato da Nancy Bardawil, già salita agli onori delle cronache qualche mese prima con il video di Iris dei Goo Goo Dolls, lanciato in orbita dalla colonna sonora del film City Of Angels con Meg Ryan e Nicolas Cage.
Anche il video di Celebrity Skin ha a che fare con la città degli angeli e in particolare con lo star system di Hollywood, solo che invece di osservare il tutto con un binocolo dall’alto, stavolta abbiamo un’osservazione partecipante dall’interno. Courtney Love aveva avuto modo di toccare con mano l’ambiente hollywodiano: subito dopo il tour di Live Through This si era concentrata principalmente sulla sua carriera di attrice, arrivando persino ad ottenere una nomination ai Golden Globe, nel 1997, per il suo ruolo in The People vs. Larry Flynt di Miloš Forman.
Quello stesso anno venne anche invitata a partecipare alla notte degli Oscar: vederla sfilare sul red carpet vestita di bianco Versace fu uno shock paragonabile soltanto a quello che i suoi fan dovettero affrontare quando sentirono per la prima volta Celebrity Skin. La produzione laccata di Michael Beinhorn (già al lavoro con Red Hot Chili Peppers, Soul Asylum e Soundgarden), aveva donato lucentezza ai suoni sporchi, grezzi e distorti del passato, rendendoli decisamente più appetibili per il grande pubblico, e quindi anche “colpevoli” di essere diventati tutto a un tratto “mainstream”.
La stessa lucentezza era stata applicata anche al video ufficiale, che con i suoi colori accesi ad alto contrasto evocava i film adolescenziali degli anni ’90 da Clueless a Jawbreaker (in italiano Ragazze a Beverly Hills e Amiche Cattive).
Il video si apre con una scena altamente simbolica in cui vediamo CL che si getta nel vuoto, con addosso un abito da sera rosso scarlatto, simulando al tempo stesso un bagno di folla nella celebrità e un ipotetico suicidio, come quello dell’attrice Peg Entwistle che si tolse la vita gettandosi dalla lettera H della scritta Hollywood.
Quest’ultima ipotesi è confermata dalla sequenza immediatamente successiva in cui vediamo un lampadario lussuoso andare in frantumi. In questo dualismo tra lo sfarzo dorato del successo e i suoi pericoli sta tutto il senso del brano: le luci dei riflettori da una parte e quelle della camera mortuaria dall’altra. Per questo il video è pieno di immagini ambivalenti, da un lato Courtney Love ci appare come una diva con una permanente dorata tempestata di diamanti e una pelle talmente lucente da generare scie luminose di brillantini nell’aria (Celebrity Skin), dall’altro la vediamo più volte apparire stesa in una bara insieme all’amica-bassista Melissa Auf der Maur, chiamata a sostituire la precedente bassista Kristen Pfaff, morta di overdose pochi mesi dopo Kurt Cobain. Altro elemento visivo che conferma questa ambivalenza è rappresentato dalle ballerine vestite di viola che calano dall’alto appese ad un filo, un momento le vediamo volteggiare nell’aria fra polvere di stelle, un attimo dopo ce le ritroviamo impiccate a quello stesso filo, tramutatosi in cappio.
A livello sonoro tutto ciò è supportato da una melodia zuccherosa che nulla a che vedere con le precedenti incarnazioni delle Hole e al tempo stesso da un riff potente e caciarone – scritto dall’amico Billy Corgan, che non solo apre e chiude il brano come un fulmine a ciel seren – ma trasforma tutte le strofe in dei ganci degni di Joe Frazier.
La vera forza del brano, tuttavia, risiede nelle parole messe assieme da CL con un’abilità unica che in pochi le hanno riconosciuto e che, invece, è altrettanto sfavillante: un perfetto connubio di alto e basso in cui risuonano echi shakespeariani e dipinti preraffaelliti dietro cui nascondere un feroce sarcasmo: una maschera che mentre si sforza di essere sempre più bella, riesce ad apparire soltanto più grottesca.
Da questo punto di vista il verso iniziale è già una dichiarazione d’intenti: Oh, make me over / I’m all I wanna be (Oh, trasformami, fammi bella / Sono tutto quello che voglio essere), cui viene agganciato subito dopo uno sberleffo alla propria demonizzazione pubblica – a walking study in demonology (uno studio ambulante in demonologia) – probabilmente riferito al documentario di Nick Broomfield, Kurt & Courtney, che all’epoca fece scalpore, alimentando diverse voci sgradevoli sul suo conto e sul suo possibile coinvolgimento nella morte del marito.
La seconda strofa torna sulla questione della bellezza (finta, effimera, dolorosa), ma questa volta lo fa accostandola al poeta-pittore preraffaellita Dante Gabriel Rossetti. Ciò avviene attraverso una revisione dei versi iniziali della sua “A Superscription” -Guardami in faccia, il mio nome è Avrei-potuto-essere. Io mi chiamo anche Non-più, Troppo-tardi, Addio – che nella canzone delle Hole diventano Oh, look at my face / My name is “Might-Have-Been” / My name is “Never Was” / My name’s forgotten.
Non si tratta di una scelta casuale in quanto Rossetti si era dedicato soprattutto al tema della bellezza femminile ed aveva avuto una relazione con la sua modella preferita, Elizabeth Siddal, che finì tragicamente. La ragazza si ammalò dopo aver posato nell’acqua gelida per il famoso quadro di John Everett Millais in cui veniva rappresentato un passo dell’Amleto di Shakespeare, raffigurante la morte di Ophelia, lasciatasi affogare in un ruscello. Il collegamento è confermato dalla quarta di copertina del disco, per la quale è stato utilizzato un altro quadro che raffigura proprio la morte di Ophelia ad opera del pittore francese Paul Steck.
Non si tratta dell’unico riferimento a William Shakespeare. A ulteriore conferma dell’estrema cura posta da CL nella stesura dei testi, c’è un altro verso del brano che cita esplicitamente Il Mercante di Venezia. Ancora una volta è un (ac)cenno inserito in una strofa che mira a farsi beffe della bellezza artificiale (when I wake up in my make up) e delle mille luci finte di Hollywood, tra festini e vestiti eleganti che ti restano addosso dalla sera prima, ma la mattina diventano sgualciti e sbiaditi (It’s too early for that dress / Wilted and faded somewhere in Hollywood) proprio come quelle feste, che lasciano addosso solo una sensazione di squallore.
I bellissimi vestiti sono una bellissima spazzatura (beautiful garbage / beutiful dresses) in un gioco di opposti che si ripete diverse volte in tutto il brano, tramutando il bello in marciume: la bella cenerentola che si trasforma in una “puttana”, i sogni di gloria che rischiano di portarti alla morte, Can you stand up or will you just fall down? resterai in piedi o crollerai? Questo è il problema. Il dilemma amletico riattualizzato nella Los Angeles delle Hole.
Anzi di più! Anche ammesso che tu ce la faccia. Qual è il prezzo? Una libbra di carne, “a pound of flesh”. È questo il rimando al Mercante di Venezia Antonio, che nell’opera teatrale di Shakespeare si impegnava a coprire il prestito concesso dall’usurario Shylock all’amico Bassanio, anche a costo di doversi tagliare una libbra di carne dal proprio corpo. Courtney Love ci ironizza su – Eccola. Sono felice di avertela portata – I’m glad I came here with your pound of flesh – riprendendo il verbo del ritornello che è puramente sarcastico – Hey, so glad you could make it / Yeah, now you’ve really made it! (Hey, sono contenta che tu ce l’abbia fatta! / Sì, ora ce l’hai fatta davvero!).
Ma ne è valsa veramente la pena? Courtney Love ci è passata, dopo la morte di Cobain ha fatto l’attrice e ha sfilato sul red carpet, ma alla fine ha anche realizzato che sono solo quattro i ruoli pubblici principali in cui vengono relegate le donne, “puttane, cameriere, modelle e attrici”, dice a un certo punto del brano. In Celebrity Skin lei, invece, voleva tornare a fare la rockstar. Non è più sicura di riuscirci perché il marciume di Hollywood l’ha corrotta, ma non vuole vendersi più o di sicuro non vuole svendersi. D’ora in poi, quindi, venderà di nuovo cara la pelle, come dice nel verso finale: You want a part of me? Well, I’m not selling cheap (Vuoi un pezzo di me? Beh, non lo venderò a buon mercato).
Come ha notato Ben Hewitt su The Quietus: “C’è qualcosa di deliziosamente provocatorio nel fatto che Courtney Love, spesso accusata di essere un mostro insensibile a caccia di celebrità, canti del glamour sporco e della falsificazione tossica della fama. Ogni sua posa – l’aspirante disperata, la star amareggiata, la protagonista “che ha distrutto tutto ciò che ha baciato” – sembra un riflesso grottesco di ogni caricatura malvagia che le è stata affibbiata, come se si esibisse all’interno di un luna park di specchi”.
Il video di Celebrity Skin si conclude con un inchino. E “nella sua elegante lucentezza c’è qualcosa che sembra magnificamente sfidante”. Alla fine Celebrity Skin è un glorioso vaffanculo, “un dito medio alzato rivestito in un guanto di velluto”.
