Silvia Mandolini. Al servizio dell’opera d’arte
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Daniele Follero
- 1 Giugno 2009
Partiamo dal principio: sei nata a Montreal, ma vivi e lavori in Italia. Ci racconti un po’ di te? Qual è stato il tuo primo approccio alla musica?
Sono nata a Montréal in Canada da genitori romani. Sapevo che, prima o poi sarei venuta a vivere qui in Italia. E infatti, nel 1994 all’età di 24 anni, pur lavorando già in diversi gruppi della mia città (l‘Ensemble Contemporain, l’Orchestre Baroque), ho deciso di partire, all’inizio senza meta precisa: giusto il tempo di prendere un diploma di violino al Conservatorio. Incontrai un buon maestro a Milano e così scelsi di vivere lì. Iniziavo un viaggio con il pretesto della divulgazione della musica contemporanea canadese e della ricerca di musica italiana. Insomma, volevo un piccolo spazio anche qui e la possibilità, allo stesso tempo, di dare qualcosa di mio all’Italia.
Qual è stato il tuo primo approccio alla musica? Quali i tuoi primi ascolti?
L’approccio alla musica è stato molto naturale e i primi ascolti, come per tanti della mia generazione, sono arrivati attraverso un bel giradischi con cui, da piccola, ascoltavo molte cose, dalla Nona Sinfonia di Beethoven, alla Sinfonia del Nuovo Mondo di Dvoràk, fino a Wagner, immaginando paesaggi fantastici e storie di cavalieri. Poi un caso assolutamente fortunato mi ha portato in una scuola dove si faceva tanta musica: flauto dolce, percussioni, violino, pianoforte, violoncello. Scelsi il violino in modo anche naturale, ma senza un vero perché. Forse seguendo l’esempio dei miei fratelli, forse come reazione ai ragazzi più turbolenti, che sceglievano il pianoforte. O forse perché, più semplicemente, mi piaceva…
C’è stato un momento particolare in cui hai pensato che la musica, oltre ad essere una passione, sarebbe stata l’attività principale della tua vita?
Durante l’adolescenza (anni determinanti per chi suona il violino), non mi sentivo una vera musicista. Avevo sempre detto e pensato che mi sarei dedicata alla scrittura: era quella la mia autentica passione. Spesso, poi, sbirciavo al piano terra del Conservatoire Supérieur National du Québec à Montréal (dove studiavo) gli studenti dell’Accademia d’Arte Drammatica. Come invidiavo quei ragazzi, come avrei voluto andare lì a studiare, come mi sentivo attratta e portata per il teatro francese: Cocteau, de Musset, Molière!….ma…. c’era già la musica…
Attualmente sei musicista stabile presso l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, ma in passato sei stata membro dell’Ensemble Contemporain e dell’Orchestre Baroque di Montreal. Insomma, una carriera che va dal barocco alla musica del Novecento, passando per l’Opera e la musica sinfonica. Che peso hanno avuto queste differenti esperienze nella tua formazione musicale? Come riesci a far convivere tante anime della musica, tanti stili così diversi?
Queste diverse esperienze hanno appagato la mia golosità di musica ed emozioni: non riuscirei a fare a meno di nessuna musica, vorrei suonarle tutte! In alcuni casi, capita anche di concentrarsi di più su alcuni stili, per ottenere una carriera di un certo tipo, di una certa qualità, ma per me è stato diverso, forse non ho cercato questa opportunità, e quindi ho assaggiato varie esperienze in differenti contesti. La mia attività più costante, comunque è sicuramente legata al repertorio contemporaneo per violino solo, oltre, naturalmente, al mio lavoro per Teatro. Sono un esecutore e cerco di adeguarmi ad ogni lavoro, credo sia ciò che di meglio possa fare con la mia professione. Ciascuna esperienza ha avuto il suo ruolo nella mia formazione: gli anni passati con l’Orchestre Baroque, ad esempio, mi hanno insegnato lo stile, l’articolazione, un vero tesoro della mia vita. In Italia, invece, lavorare per un teatro è stata una vera rivelazione, pura felicità.
Cosa prova un musicista a suonare Rigoletto una sera ed eseguire Maderna e Donatoni il giorno dopo? Come si riesce ad uscire dall’universo sonoro di Rossini ed immergersi , subito dopo, nel concettualismo di Xenakis?
E’ così che avevo sempre immaginato la mia vita: immergersi nell’armonia ed il fraseggio di Puccini, o nella potenza espressiva di Verdi, per poi provare l’esaltazione assoluta di suonare Haendel in un’orchestra barocca, con strumenti antichi, e poi perdersi nella massa sonora delle sinfonie di Bruckner e Mahler, estremamente stimolanti per uno strumentista, sfide tecniche ed allo stesso tempo espressive. Abbiamo bisogno di ogni cibo nel nostro piatto, è una sofferenza pensare a tutto quello che non riusciremo a suonare. Per me è stato normale e bello accompagnare Leo Nucci in Rigoletto, e poi tornare a casa a studiare Donatoni e Maderna. Una vita ideale!
La tua performance ad Angelica ha ricevuto un consenso pressoché unanime: i lunghi applausi ne sono una testimonianza inconfutabile. Te lo aspettavi?
Ho studiato molto i pezzi, per renderli al meglio, per rendere felici i compositori presenti, per migliorare i passaggi molto difficili tecnicamente nelle pagine di Francesconi, e la sonorità in quelle di Donatoni. E’ stato un grosso lavoro, sono contenta che sia piaciuto. Sul palco bisogna bilanciare controllo ed abbandono: nell’esecuzione stessa vi è sperimentazione, non solo nelle partiture, quindi alla fine il giudizio del pubblico è molto condizionato da quella specifica esecuzione. Credo che il programma, scelto in parte da me, in parte da Massimo Simonini, direttore del festival di Angelica, fosse molto bello ed intenso. In questo caso si, mi aspettavo che il pubblico apprezzasse opere magnifiche come Argot di Donatoni, così come i linguaggi di Francesconi e Magnanensi.
Ci sono compositori del Novecento che prediligi? Per quale motivo?
Debussy, Berg, Mahler…insomma vorrei dirne tanti…Bartòk…Puccini, seppure si trovi fra ottocento e novecento, Ligeti, Donatoni….Quanta bella musica nel Novecento! Nino Rota, per la sua musica contemporaneamente tragica e malinconica…. Richard Strauss, Leos Janacek… Alcuni di loro semplicemente perché sono legati a ricordi indelebili nel mio percorso musicale. Donatoni, invece, ha un posto davvero speciale nella vita di molti musicisti, forte essenziale ludico…Universale.
Esplorare tutte le possibilità dello strumento, sperimentare nuovi effetti timbrici, ricercare altezze al limite dell’udito. In poche parole, creare nuovi linguaggi, nuovi codici comunicativi. Le avanguardie del secolo scorso hanno perseguito una ricerca radicale, mettendo in discussione tutti gli stereotipi linguistici della musica precedente. Quali sono, secondo te, le difficoltà maggiori che uno strumentista di formazione “classica” deve affrontare nell’esecuzione della musica “contemporanea”?
Innanzi tutto decifrare la partitura. E’ un lavoro molto lungo all’inizio, a volte molto faticoso. Passata questa fase si può finalmente volare! Potrei anche dire che da quel momento, talvolta, una musica che sembra tanto complessa si rivela più facile da eseguire e studiare del minuetto di una sinfonia di Haydn. Nella musica contemporanea bisognerebbe accettare la grande componente di presenza e di teatro, avere molta scioltezza ed abbandono espressivo, creare energia negli effetti, senza timore. Rendere proprio anche ciò che non si spiega, accettare il compito di interpretare, magari anche quello di inventare. Il compositore non può conoscere tutte le sfumature possibili da eseguire con lo strumento e quindi mettersi totalmente al servizio del compositore e della sua partitura, ma neanche abbandonarsi alla mercè dell’espressività senza alcun compromesso. A volte ci può essere un po’ di timidezza, di chiusura. Per me questa ricerca, invece, è stata fonte di libertà. Libertà di poter esprimere tutto, in un linguaggio astratto che facevo mio, con tutto il piacere che deriva dalla ricerca di nuove sonorità.
Quella di “musica contemporanea” è una categoria che raccoglie espressioni musicali talmente diverse tra loro (a volte esattamente agli antipodi) che rischia di non dire nulla. Quindi andiamo più nello specifico. Sei interessata alle esperienze dell’alea?
E’ molto interessante e stimolante dal punto di vista espressivo suonare la musica aleatoria, come nel caso di Pièce pour Ivry di Maderna, in programma ad Angelica. Tecnicamente tutto va studiato nota per nota, come in qualsiasi pezzo di qualsiasi tempo, e poi si crea la propria ricetta secondo il gusto e il desiderio personali. La musica aleatoria legata ai decenni scorsi è molto concettuale, basata sulla tecnica compositiva. Potrebbe risultare arida se ci si distrae.. Le esperienze aleatorie di oggi, invece, sono caratterizzate da una forte componente d’improvvisazione, come nel caso delle composizioni di Giorgio Magnanensi: si tratta di musiche al servizio dell’interprete. Esaltano le qualità tecniche ed espressive dell’ esecutore, sono immediate, legate all’emozione immanente e richiedono una collaborazione molto intima tra compositore ed esecutore.
Hai concluso la tua performance ad Angelica eseguendo in prima assoluta Sil, una composizione di Giorgio Magnanensi per violino e live electronics. Che effetto fa eseguire per la prima volta in assoluto la composizione di un autore (peraltro, nel caso specifico, presente in sala)?
I compositori a volte sono molto fragili. Hanno molta paura prima di un concerto, possono trasmettere molta insicurezza all’interprete. Ho conosciuto compositori che non erano mai contenti. Interpretare la loro musica è un compito delicato, difficile, ma anche meraviglioso. Posso senz’altro dire che sono più nervosa ed ansiosa di fare bene se il compositore è in sala. Le aspettative sono più alte, ma poi, quando va tutto bene, è una festa. Dopo aver reso felice un compositore sono completamente appagata, nel mestiere, nella vita, o anche solo per il tempo di un concerto! Nel caso di Magnanensi è un pò diverso: le ansie, le preoccupazioni, non fanno parte del suo carattere. Lui crea la musica insieme all’interprete, è un maestro di musica e di pensiero, lo è stato per me e per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di fare musica con lui. E’ ottimista, ma soprattutto altamente concentrato sull’istante, sul gesto. Magnanensi è anche direttore d’orchestra e quindi, alla stessa maniera guida l’interprete, prima e durante il lavoro.
Avevi già fatto esperienze con la musica elettro-acustica? Qual è, più in generale il tuo rapporto con la musica elettronica?
Alla fine degli anni ottanta ho studiato musica elettroacustica in Conservatorio, con Yves Daoust, che appartiene alla grande tradizione francese di Pierre Shaeffer e Pierre Henry. Andavo in giro con un registratore, a raccogliere suoni, per poi farne un pezzo, a fine anno, usando nastri e lame di rasoio per il montaggio. Un’esperienza liberatoria in quegli anni di duri studi del violino. Oggi mi piacerebbe suonare di più con l’elettronica e, in un prossimo futuro, vorrei approcciare composizioni come Anthième, di Boulez, nella magnifica versione con strumenti elettronici. Ho in programma, inoltre, per l’anno prossimo, due commissioni per violino ed elettronica: una di Giorgio Magnanensi, e l’altra del compositore canadese Serge Arcuri.
Esiste una Silvia Mandolini compositrice? Scrivi musica? E qual è il tuo rapporto con l’improvvisazione?
Non ho mai avuto questa velleità, scrivo e creo con le parole, la mia più autentica ed antica passione. Dopo il recital ad Angelica, Magnanensi mi ha detto:”Adesso basta con questi compositori, adesso fai tu”. Era un chiaro invito all’improvvisazione, genere che ho praticato un po’, anche con lui. Ma non so, non voglio abbandonare i compositori ed i loro lavori, mi sentirei triste e persa. Per quanto riguarda la composizione tradizionale (fuga, armonia, contrappunto) rimpiango molto di non avere imparato nulla, perché mi avrebbe dato più solidità, sarebbe una libertà in più. Ho, in ogni caso, intenzione di utilizzare più spesso, in futuro, i procedimenti improvvisativi, che considero un atto compositivo a tutti gli effetti.
Ci vuole molto studio per eseguire buone improvvisazioni, affiatamento, padronanza.. Al momento improvviso con un gruppo di musica etnica del salento, e lo ritengo un lavoro molto serio.
Nella tua vita di musicista che spazio occupa la popular music? Non mi riferisco solo al lato “esecutivo” ma anche all’ascolto..
Molte cose m’ispirano, a volte anche solo rubate per un istante alla radio… il tempo di una canzone diventa per me tutta la musica (così come accade per un lied di Mahler o un quartetto di Beethoven).. qualche nostalgico pensiero del passato mi fa amare gli Abba, per tanto ottimismo genuino, e poi… i Beatles.. fondamentali!. Sono universali. Il jazz delle grande dive, impossibile non amarlo…
Il pop occupa uno spazio estemporaneo nella mia vita di musicista, quello di un incontro musicale che, seppur breve, può cambiare la vita. Forse anche di notte, tornando a casa in taxi, nel silenzio fra passeggero ed autista, con una radio come unico interlocutore..
Tu che conosci bene sia la realtà musicale canadese che quella italiana, dove ti sei sentita più stimolata? Quali sono le principali differenze che hai notato?
L’Italia e le persone conosciute qui, (gente di grande talento, di grande competenza, di assoluto estro ed umorismo) mi hanno dato moltissimo, riempiendo la mia vita adulta. Certo è, però, che in un paese dove c’è più spazio e meno gente, come il Canada, è naturalmente più facile creare e vedere creatività, generata dalla spontaneità, dal senso del “tutto è possibile”, senza temere il cinismo che può caratterizzare un vecchio continente…. La gioventù è spavalda e sicura: un giovane paese genera persone alle quali si dà spazio, con più oggettività, accompagnato dallo slancio fresco di un luogo in cui la Storia non è presente per soffocare l’entusiasmo.
