Gimme Some Inches #48
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Andrea Napoli
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Stefano Pifferi
- 7 Maggio 2014
Cominciamo dai nastri, questo giro di Gimme Some Inches, a dimostrazione che quella delle cassette non sembra essere una moda passeggera. Ce lo ricorda BeMyDelay che con Company Devine inaugura il catalogo della neonata Kitchen Leg, label di stanza a Berlino e gestita da un altro nome della allargata famiglia Boring Machines, ovvero DuChamp. In realtà prima di BeMyDelay c’erano state le BraBraBra, trio multietnico all-female basato in quel di Berlino di cui, guarda caso, fa parte la padrona di casa. Progetto da cameretta, Mango, uscito sul finire dello scorso anno, è un concentrato di piccole gemme minimal-pop, tra coretti e chitarrine acustiche, Shonen Knife e riot grrrls in cattività, stortume post-punk, indie in divenire e chi più ne ha più ne metta: quando si dice un gioiellino. Tornando a BeMyDelay, la tape va inquadrata un po’ indietro nel tempo, collocandosi tra l’esordio e il ripiegamento folkish di Hazy Lights. Il nastro riprende infatti tracce registrate presso la Cripta747 di Torino nel 2011 e vede Marcella accompagnata da due Eternal Zio (Rella e Roberto Maggioni). Perciò forme arcaiche di blues-folk in modalità minimal-ipnotica, ma anche sensibilità psych spesso arrembante e acida, pronta a sprizzare effluvi di LSD d’antan (Morning After Night), pagana e sognante, con tanto di cover di Nightfall della Incredible String Band. In una parola, eccelsa.
Passando ai formati concentrici, due segnalazioni per due grossi calibri dell’underground italiano. In primis il 7” che segna il ritorno degli Heroin In Tahiti e che dovrebbe anticipare un nuovo, per dimensioni “monolitico”, album. Peplum (in uscita per la benemerita Yerevan) ripropone le atmosfere “spaghetti wasteland” che avevano segnato l’esordio Death Surf ma ci regala qualche apertura ancor più laterale. Se la title track sul lato A reitera quel “surf” da dopo-bomba, morriconiano e insieme retro-futuribile, che è marchio di fabbrica, Alo, sul lato opposto, inasprisce le atmosfere aprendo squarci negli abissi di un suono cinematico alla maniera dei Demdike Stare citati dalla press. Non è un caso che la traccia sia stata usata dai due per contribuire all’installazione dell’artista inglese Phil Collins. Musica come visione, al solito.
Salendo di giri, tocca all’“altro deciso passo nell’oscurità abissale”, ovvero il 12” one-side Averno/Oblio degli OvO. Curato da CorpoC, non è una appendice di Abisso, ma sua parte integrante, tra oblungazioni ferine e noisey che si pongono in scia a Gnaw e Khanate, alternando doom haunted (Averno) e dilatazioni mefitiche + accelerazioni stordenti (Oblio) con notevoli inserti di elettronica che ci ricordano ancora una volta la collocazione degli OvO nell’Olimpo delle musiche estreme.
Atteso e gradito ritorno quello dei Clay Rendering dei coniugi Connelly. Ex Wolf Eyes ed Hair Police lui, the Haunting e The Pool at Metz lei, Mike e Tara avevano già catturato il nostro interesse in occasione del primo 12” Vengeance Candle. E aveva visto bene la Hospital di Dominick Fernow perché la coppia più tetra dell’underground statunitense torna in grande stile con un nuovo EP per la medesima label. Quattro pezzi compongono questo Waters Above The Firmament, con l’omonima traccia iniziale che stende un velo nero sul presente del gruppo e dell’ascoltatore; sei minuti per organo processato e dilatazioni ascensionali in stile Burzum altezza Hvis Lyset Tar Oss. L’umore è chiaro (cioè no, è scurissimo), le capacità del duo altrettanto e quindi ecco le voci “neniose” e i timpani industriali di Temple Walking, quasi un incontro tra i Godflesh e Ättestupa, i beat simil-EBM di The Pest ed infine spoglia desolazione della conclusiva Myrrh is Rising, momento intimista e meditativo che pone una pietra tombale in attesa dell’immancabile ritorno. C’è qualcosa di estremamente cinematografico nell’oscurità che i due riescono a creare a nome Clay Rendering e l’attesa per il primo full-length comincia a farsi sentire.
Addentrandoci ulteriormente in territori impervi di harsh e compagnia abbruttita, spicca per merito l’ultima tape di Amph, duo svedese composto da Andreas Malm (già nei kosmische Skeppet) e Peter Henning (tenutario della piccola ma lodevole etichetta Sprachlos Verlag). Due i brani per la partenopea Joy De Vivre che fanno di Hudson una delle uscite più interessanti del gruppo. Nove minuti per lato a base di loop devastanti, feedback di sottofondo, echi, rimbombi e rumoracci di ogni sorta, ma senza mai eccedere nella violenza fine a se stessa. Un lavoro tanto fine quanto terribilmente inquietante, come una minaccia fuori dalla finestra che non ti entra mai in casa ma che non se ne va neppure. Chi invece fa un uso smodato e intenzionale della violenza fine a se stessa sono i danesi Forza Albino. Conosciuti anche grazie all’hype che monta intorno a Posh Isolation e soci, i tre predatori sonori tornano con un secondo 12” dopo il primo Infestation del 2012. Niente sconti e nessuna velleità in questo Black Dog, solo badilate di malessere, odio prêt-à-porter, urla belluine, testi a dir poco sconvenienti (“I kill when I fuck, my weapon is my cock. HIV Provider“). Volete mettere alla prova la vostra sopportazione del rumore? Siete arrivati nel posto giusto: gustatevi la suite Bareback Violence/HIV Provider e se le orecchie non vi sanguinano, c’è sempre il lato B Two Shades Of Grey. Esce su Freak Animal in cassetta e in vinile per dare assedio agli amanti di entrambi i formati.
Ultima legnata in testa, la compilation su nastro Slutstationen edita di recente dalla Styggelse di Kristian Olsson (noto come oscuro signore in solo e anche per essere l’efebico dei due nei famigerati Alfarmania). Novanta minuti di distruzione totale alla quale partecipano nomi ben conosciuti come Brighter Death Now e gli stessi Alfarmania, così come tante nuove leve della scena nordica noise/harsh/industrial. Non è certo possibile (né sarebbe sensato) fare un resoconto dettagliato, ma è doveroso citare almeno i promettenti Vit Fana e Puce Mary, così come gli svedesi Händer Som Vårdar e Arv & Miljö, già noti almeno ai pochi che sono soliti addentrarsi in queste terre dismesse. Molto bello anche l’oggetto in sé, con packaging curato dalla copertina foldout all’artwork a collage di immagini oscure e evocative di palazzoni e ferrovie, foreste e pratiche rituali, in perfetto stile Alfarmania.


