Gimme some inches

Gimme Some Inches #25

Al momento ricollocata in Perù, a Lima, la Wallace non smette di sfornare dischi e dischetti in vinile, vivendo una eterna giovinezza. Ne sono dimostrazione questo mese due bei 10”. Il primo è l’ennesimo volume della Phonometak Series, il numero 9 e penultimo per l’esattezza, con protagonisti ponti ad incarnare l’animo più avanguardistico e sperimentale dell’etichetta di Mirko Spino e del Phonometak Labs del sodale Xabier Iriondo.

Da un lato, un grosso calibro dell’impro mondiale come Evan Parker si accompagna a Walter Prati per due sessioni catturate live, col primo a tirare le fila del suono col suo irrefrenabile sax e il violoncello (in Sonanze) e gli electronics del secondo (in The Western Front) a contrappuntarne gli zigaganti movimenti, in un flusso cerebrale mai domo. Risponde sul lato opposto un altro duo: la batteria del figlio d’arte Lukas Ligeti, mobile e irrequieta, rende le musiche più indefinibili e sfuggenti, soprattutto per l’interazione col sudafricano João Orecchia, le cui elettroniche destabilizzano un procedere di matrice impro-jazzistica, portato a piena e disturbante completezza nella conclusiva Fox.

L’altro 10” targato Wallace si muove su tutt’altri orizzonti musicali. I bolognesi Dune vanno di baratro noisecore come se non esistesse un domani, rinverdendo la linea italica al genere più che i referenti europei (Breach) o americani (Neurosis). Disperazione che gronda come lacrime di sangue da ogni riga di pentagramma (il rifferama post-sludge di Il Fiume Pt.II, gli stacchi emo-violence di Supernova) e da ogni parola urlata a fior di ugola (il growl cieco di Cannibale, il distacco schifato di Allarme) più una cover di Astronomy Devine resa alla maniera ideologica dei Voivod di Nothingface: traghettare cioè la psichedelia sul terreno delle musiche estreme. Tentativo riuscito in pieno.

Prima di passare alle distanze lunghe, segnalazione d’obbligo per Via Dalla Realtà, 7” de Il Buio, quintetto di Thiene già noto alle cronache rock. Due pezzi – la title track dal tiro punk-autorale e un po’ psych-pop e una cover di Inno Generazionale Di Noi Sfigati di Andrea Caso Casali bella tirata – che si fanno apprezzare per piglio irriverente e freschezza realizzativa tanto quanto l’artwork in piena linea Corpoc. Box in cartoncino ondulato serigrafato in tre colori (verde acido, blu notte, polvere luminescente), opera di Davide DoctorGonzo Zetti molto in linea con ciò che apprezziamo qui a Gimmes.

Sulla lunga distanza del 12” segnaliamo le uscite targate Sound of Cobra. La label italo-berlinese mostra due gioielli di levatura internazionale, entrambi single-sided: Hovering Resonance di Expo ’70 e In Psychic Defense di Burial Hex. Justin Wright mette sul piatto due lunghi movimenti cosmic-dronici as usual: la title track è sospensione pura di riverberi estatici su uno statico letto blu spazio profondo; Moon Raga invece inspessisce il suono e si fa se possibile più minacciosa, proprio come le avvisaglie di un nemico lontano e sconosciuto.

Dietro Burial Hex si cela un altro solo-artist, Clay Ruby, avvezzo a pubblicare montagne di release in ogni formato, così come a muoversi tra generi di confine. In questo 12”, in compagnia di Troy Schafer, sembra che l’americano voglia omaggiare i maestri Coil, quelli del periodo Musick To Play In The Dark, tanto è oscura ed elegante la materia che infila nell’unica traccia. Una ossessiva litania made in Coil si diluisce in un apparato post-classical per concludersi in paludose melme haunted-wave, sfruttando, guarda caso, lyrics da un antico inno all’arcangelo Michele. Esoterismo a go-go.

Gustose novità anche dal fronte nordico. È con fibrillazione infatti che accogliamo At War For Youth, il primo singolo dei danesi War, licenziato da pochissimi giorni da Sacred Bones. Duo di Copenhagen formato da Elias (cantante dei tanto chiaccherati Iceage) e da Loke (singer dei black-metal Sex Drome e tenutario della label locale Posh Isolation), i War aggiungono il tassello mancante al sentiero precedentemente tracciato dai sodali Lust For Youth. Elettronica fatta in casa a base di synth e massicci dosaggi di pattume sonoro. Già un paio di cassettine oscure e all’attivo (una di cui split proprio con gli svedesi LFY) ed ecco Brodermordet, lato B ma vera hit del 7”, come un classico house Chicago annegato nella candeggina. Il nome sta già girando sui blog giusti quindi fareste bene a prestare attenzione!

Sempre dai paesi scandinavi arriva il secondo capitolo (almeno per quanto riguarda le pubblicazioni su vinile) della discografia di Street Drinkers, nome che abbiamo già avuto il piacer di sottoporvi su queste pagine. Il progetto solista di Viktor degli (ormai defunti?) Ättestupa giunge infatti al secondo 12”, proprio per la label appena citata del danese Loke. Quattro i pezzi che compongono questo Dead Secrets in cui l’allampanato vichingo ripulisce, scarnificandolo, il sound così dannatamente impastato in precedenza, costringendo le sue precedenti digressioni in perimetri da forma-canzone. E anche breve, se è vero che tre pezzi su quattro sfiorano appena i tre minuti di durata. Ma questo è il solo appunto che si può fare al nostro loner preferito, perché per il resto il tocco magico intriso di mestizia e disperazione è rimasto intatto, se non rafforzato. Ancora una volta dovremo attendere per un full-length vero e proprio ma per amore questo ed altro.

Tornando in patria e verso più miti sonorità, ritroviamo i veneti Vermillion Sands con un nuovo 7” per la ubiqua Shit Music For Shite People, già artefice dei debutti di Capputtini ‘i Lignu e Vernon Sélavy. Su Summer Melody, manco a dirlo, ancora due pezzi di quel garage-folk campestre e scanzonato che ce li ha fatti apprezzare nelle precedenti uscite e che gli ha procurato la meritata attenzione da parte di fan europei e americani. Il consueto packaging in carta da pacchi serigrafata dai ragazzi della label arricchisce l’uscita con un tocco di personalità casereccia.
 

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