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Temporali

Perché i cinema non riapriranno il 27 marzo (o dell’inadeguatezza del ministero dei Beni Culturali)

Si fa presto a fare proclami, spesso per mascherare un’incomprensione o l’incapacità a fornire un’adeguata comunicazione tra il soggetto in questione, il suo ambiente, i suoi portavoce e il pubblico che fruisce dei servizi. È quanto sta accadendo ad esempio al Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo per quel che riguarda la situazione delle sale cinematografiche nel territorio italiano. Lo scenario annunciato la scorsa settimana, quello che prevede la possibilità di riaprire (previa conferma 12 giorni prima) le attività per gli esercenti dal 27 marzo (ma solo nelle regioni che in quel momento si trovano in zona gialla) lo avevamo già visto quasi un anno fa con la prima riapertura dopo la quarantena imposta dalla prima ondata di pandemia di coronavirus. All’epoca venne proclamata la riapertura dei cinema il 15 giugno 2020, ma a conti fatti furono davvero poche le sale a riaprire e ancor meno i film a essere distribuiti. L’unica eccezione tra i prodotti di peso a vedere la luce di una sala fu Tenet – e non c’è bisogno di ricordare quanto oggi Warner ancora si penta di tale scelta (di fatto gli incassi non furono deludenti vista la situazione, ma il flop fu inevitabile) – mentre andò un po’ meglio con After 2. Con la seconda ondata le sale vennero chiuse nuovamente e tale chiusura persiste ancora oggi, quando arriva l’ennesimo e incomprensibile proclama della riapertura per il 27 marzo prossimo.

Noi ve lo diciamo subito: i cinema non riapriranno il 27 marzo. Non perché da parte nostra ci sia una sfiducia generale nell’andamento della pandemia (e i dati sembrerebbero indicare un peggioramento non indifferente in tal senso), ma perché il ministero – i suoi vertici o chi per loro (qualcuno ha detto Franceschini?) – mostra una totale mancanza di comprensione del sistema cinematografico non solo italiano ma di tutto il settore, su scala globale. Innanzitutto manca il prodotto: una riapertura senza un catalogo di film appetibile non è minimamente pensabile, soprattutto alla luce anche delle pesanti restrizioni che coinvolgeranno gli esercenti. Il totale massimo di persone presenti in una sala dovrà corrispondere al 25% dei posti con un limite di capienza fissato a 200 posti nei teatri e cinema chiusi e 400 all’aperto. Ciò vorrà dire che se un cinema ha 150 posti solamente 37 persone potranno accedervi. (Realisticamente) immaginiamo che in sala ne entrino circa 10: l’esercente sarà costretto a compiere dei lavori di risanamento dell’ambiente per far accedere a ogni spettacolo 10 persone, con in più il divieto di accendere l’aria condizionata e l’imposizione della mascherina per tutta la durata dello spettacolo. Vi sembra uno scenario attualmente percorribile in termini di rapporto tra spesa e guadagno? Più complesso e non meno importante è poi il modus operandi di una società di produzione e distribuzione che scommette sulla riuscita di un film: in quanti procederanno con la diffusione di un film solo in quelle regioni che si trovano in zona gialla? Che numeri potrà mai generare quel determinato film su cui si è investito parecchio? Sicuramente non tali da garantire un ritorno economico ai suoi produttori e di conseguenza al sistema cinema.

Altro dato spinoso: i prodotti delle major americane. Nonostante negli anni la stampa generalista abbia continuato a sputare sopra il sistema dei multisala, colpevoli a dir loro di riservare la quasi totalità delle sale a disposizione ai blockbuster americani a discapito delle produzioni indipendenti e del cinema d’autore italiano (e internazionale), la pandemia ha finalmente svelato anche a quelle rinomatissime penne che sì, il sistema per come lo conosciamo oggi è sorretto principalmente dalle major americane e dai loro blockbuster. La situazione attuale vede le prossime uscite di peso in Black Widow (ancora fissato al 7 maggio 2021) e Fast & Furious 9 – The Fast Saga (28 maggio 2021), destinate presumibilmente a slittare ancora in calendario, lasciando praticamente i nostri esercenti a mani vuote. Questo concetto va tenuto a mente soprattutto alla luce di quello che questo proclama del Governo vuol lasciare intendere: se i cinema (o non tutti) non riapriranno al “via libera” governativo non sarà colpa degli esercenti – come certamente diranno e come hanno già detto nel giugno scorso – ma della scarsa capacità di comprensione del sistema da parte di chi quel sistema dovrebbe dirigerlo (Ministero), colpevole (fatto ancor più grave) di una scarsa comunicazione con il pubblico, che si ritroverà il 27 marzo ad ammirare un cinema chiuso.

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo dovrebbe semplicemente rendersi conto che i cinema non riaprono solo perché gliene viene data la possibilità, che il problema va ragionato con esercenti e produttori a un tavolo e che la risoluzione deve avvenire con una comprensione del settore su scala globale (magari anche con incentivi per chi deciderà di aprire in questa situazione di difficoltà). Altrimenti, rassegnamoci già da ora a incrociare le dita per il prossimo settembre (con qualche banco di prova quest’estate, periodo storicamente non felice per i cinema in Italia) e all’arrivo di sempre più titoli in streaming, con buona pace di Martin Scorsese.

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