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Personalmente avevo perso le tracce di questa formazione svedese dopo quel Salvation targato 2004, zenit discografico personale, e perfetto passpartout per il salotto buono del post-metal-hardcore, in compagnia dei vari Isis, Pelican e Neurosis. Mi sono dunque rispolverato i successivi – e tutto sommato buoni – Somewhere along the Highway (2006) ed Eternal Kingdom (2008) per arrivare con le idee un po’ più chiare su questo Vertikal, che pur non proponendo sostanziali novità (parliamo di varianti casomai) è di fatto uno dei punti più alti della discografia Cult of Luna.

Ancora una volta, come già era successo per Eternal Kingdom, alla base c’è un concept e questa volta l’ispirazione viene dal Metropolis di Fritz Lang. Il sound si fa più industrial, grigio, in cui sintetizzatori ed elettronica assumono un ruolo più incisivo, basta sentire l’epica e suggestiva introduzione di The One (anche se forse più adatta a Blade Runner che a Metropolis) o il tenebroso incipit di Vicarious Redemption. Il resto è la riproposizione del sound Cult of Luna tirato a lucido: arrangiamenti che agiscono per sottrazione, chitarre equamente divise tra prog e hardcore, batteria sempre lì a veleggiare tra geometrie molto più Mogwai che Mesuggah. Insomma Vertikal ha le stigmati del classico per la band pur con qualche lungaggine e alcune forzature, vedi l’evitabilissimo passaggio dubstep nei 19 minuti di Vicarious Redemption.

A ogni modo il disco è ispirato, con quel senso di astrazione e intimismo che da sempre accompagna il lavoro del gruppo. E’ quanto basta per mandare in brodo di giuggiole i cultori del genere e un ottimo approdo per curiosi e nuovi adepti.

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