Recensioni

Quando Karlheinz Brandenburg e l’Istituto tedesco per cui lavora, ovvero la Fraunhofer, dopo una sperimentazione decennale e numerosissime ricerche in ambito psico-acustico e matematico, brevettano l’Mp3, siamo a fine anni ottanta in Germania, e non negli Stati Uniti a cavallo del millennio come ci si aspetterebbe. Quella che seguirà da lì in poi sarà una catena di numerosi insuccessi nel promuoverlo, ma anche una sua inaspettata diffusione negli anni duemila, quando le licenze legate al brevetto frutteranno ai suoi creatori una cascata di dollari grazie – indirettamente – anche alla pirateria musicale su internet.
Tra il 1995 al 2010 Doug Morris diventa invece una figura centrale nel mondo dei discografici major, nonché uno degli uomini più ricchi degli Stati Uniti. In quel periodo lavora per Universal e firma l’ascesa commerciale di musicisti hip hop come Dr. Dre, Eminem, Snoop Dog, Tupac, ma anche di moltissimi altri artisti. A inizio millennio è chiamato a porre rimedio al diffondersi della pirateria musicale sulla scia del successo di massa di Napster e del peer-to-peer, e la conseguente crisi nella vendita dei CD. È lui uno dei protagonisti di pagine per lo meno discutibili della storia imprenditoriale americana come il progetto Hubcap – che prevedeva che la Riaa (Recording Industry Association of America), per dare un esempio a tutti i “criminali digitali”, facesse causa ai privati cittadini pescando casualmente tra gli utenti localizzati nei programmi di scambio file, e portando a processo madri single “colpevoli” di aver scaricato pochi brani in mp3, minorenni, anziani, internauti inconsapevoli – e di intuizioni brillanti, come gli accordi commerciali con Steve Jobs per rientrare nel catalogo iTunes e la creazione online del canale video Vevo per sfruttare i guadagni derivanti dalla pubblicità.
A metà anni novanta Bennie Lydell Glover è infine un operaio interinale nella fabbrica di CD Polygram di Kings Mountain, North Carolina, appassionato di computer e di automobili. Naviga su internet quando ancora pochissimi hanno la possibilità di farlo, frequenta spesso le IRC (Internet Relay Chat, server gestiti da privati che anticipano di anni o sviluppo dei canali più commerciali del web), inizia a rubacchiare dischi dalla fabbrica in cui lavora per condividerli online in formato mp3 prima della loro uscita. Negli anni successivi diventerà uno dei più grossi spacciatori di leak (nel nostro caso, file musicali piratati) della Storia, e dunque una delle principali cause del tracollo economico di molte etichette discografiche nei Duemila. Quando nel 2007 il gruppo di haker in cui rientra Glover, ovvero gli Rns (Rabid Neurosis), chiuderà i battenti per sempre, il contatore segnerà 11 anni di attività e ben ventimila leak condivisi da tutta la comunità, tra musica, film, videogiochi, software: «il più noto e ramificato gruppo di pirati nella storia di internet», verrà definito ai tempi del processo contro alcuni dei suoi affiliati.
Sono loro i tre protagonisti – assolutamente reali, nonostante una prosa talmente coinvolgente da dare l’idea che si tratti di un romanzo – di Free (sottotitolo: La fine dell’industria discografica. L’inizio del nuovo mondo musicale), un libro firmato dal bravo Stephen Witt uscito in Italia nel 2016 per Einaudi e frutto di quasi cinque anni di ricerche su più fronti (dai rapporti dell’FBI ai documenti giudiziari, dai bilanci delle major alla ricerca di materiale online, dagli archivi aziendali alle testimonianze dirette dei protagonisti). Al centro, le vicende che hanno portato alla nascita dell’Mp3 e alla crisi della discografia tradizionale, una storia in cui le parabole dei protagonisti si intrecciano in un gioco di specchi e di corrispondenze davvero da romanzo investigativo. Il libro non è solo una ricostruzione storica minuziosa di fatti realmente accaduti e di un’epoca che, seppur tramontata (lo streaming audio gratuito ha di fatto quasi azzerato la pirateria musicale), ha determinato quel che siamo oggi, ma anche un’analisi di quel senso comunitario e di quell’“etica” alla base della condivisione di contenuti sul web che nei Novanta fece emergere un’identità sociale del tutto nuova (quasi sempre i pirati non guadagnavano denaro dalla loro attività, al massimo il rispetto dei colleghi), nonostante i rischi evidenti e l’incoscienza tipicamente adolescenziale. Witt non giustifica nulla, non assolve, ma contestualizza gli eventi con grande senso critico e mettendo tutti i tasselli al posto giusto, al di là della semplicista definizione di “giusto” e “sbagliato”. Un trattato preziosissimo, appassionato, molto puntiglioso e ricco di dettagli tecnici e non (ad esempio, i retroscena intriganti sul mondo dei brevetti e degli accordi commerciali, ma anche sulle politiche – lecite o meno – delle grandi etichette discografiche), che ripercorre un momento storico paradossalmente affascinante – soprattutto per chi lo ha vissuto – e ricco di possibilità ma anche di rivoluzioni non sempre positive. Un passaggio storico che, analizzato a distanza di anni e col senno di poi (vedi la turbo-commercializzazione del web degli ultimi anni), appare tuttavia quasi ingenuo, e forse persino da guardare con una certa nostalgia. Consigliatissimo.
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