Recensioni

Draquila è un documentario in digitale di un’ora e mezza che dà un’interpretazione a quanto accaduto nei giorni successivi al terremoto de L’Aquila del 6 aprile 2009. Adoperando diverse forme narrative, il documentario, l’animazione, il fumetto e la parodia, Sabina Guzzanti racconta la sua visione dei fatti e, seduta su un cumulo di macerie, salomonicamente divide i buoni dai cattivi. Le scelte multiple non sono solo di tipo formale ma anche interpretative e così la protagonista veste i panni di una giornalista simile a quelli della redazione di Michele Santoro, di Michael Moore e del Presidente del Consiglio.
Purtroppo per il film l’imitazione del giornalista d’inchiesta non è sufficiente: le luci sempre a favore durante le interviste più importanti la rendono ancor più furba di com’è, fa trasparire un protagonismo di fondo ingente e manca il tratto neorealista tipico delle inchieste di Riccardo Iacona, Alberto Nerazzini, Stefano Maria Bianchi o Sandro Ruotolo. Purtroppo per il cinema italiano lei non è Michael Moore e non ce la fa, neppure ci prova in realtà, a trattenere il suo risentimento per Silvio Berlusconi. Il regista americano riesce sempre, invece, a non perdere mai la posizione a causa del sentimentalismo o del personale pregresso, si veda Roger&Me (id., 1989), e convoglia attraverso l’ironia il proprio messaggio, mandandolo a segno. Purtroppo per lei, per noi e per quegli aquilani che non lo credono dio, l’imitazione del Presidente del Consiglio non fa più sorridere, non solleva il morale, non fa confidare che presto la Storia italiana prenderà un’altra direzione.
In una topografia romana del terremoto de L’Aquila, tutto per Guzzanti si snoda tra Palazzo Grazioli e Cinecittà. Tra il potere politico e quello televisivo incarnati nel Presidente del Consiglio, il bastone e la carota utilizzati con gli italiani in generale e gli aquilani in particolare. In quei dieci chilometri sta “la dittatura della merda” (cit.), il suo think tank preciso e spietato. Le lacrime sono 117 chilometri più a Sud e sono tante e per sempre. A tratti Draquila è un pugno allo stomaco che lega a “quella gente derubata” per dirla con Pasquale Cicchetti e non si sente più il livore al quale Guzzanti aveva abituato, non si sente più niente dopo il forte fischio dell’arrivo del sisma. Dinanzi allo spettacolo delle rovine lei capisce e tace. Quanto è mostrato dice tutto.
I fragorosi applausi di chi la ritiene un’eroina, di chi arriva a paragonarla a Ipazia, sfruttando la concorrente distribuzione cinematografica di Agora (id., Alejandro Amenabar, 2009), di chi le chiede di parlare della Calabria e del nucleare favoriscono la suggestione con La dolce vita (id., Federico Fellini, 1960) quando al Caracalla’s qualcuno domanda ad Adriano Celentano: “Adriano, suonaci un po’di rock&roll!” e lui scimmiescamente esaudisce in uno stentato playback.
Dall’incontro con la regista al cinema Astra, Padova, lunedì 10 maggio scorso, questo è parso: la sala piena, la gente che va a vedere lei e il suo film e crede basti per essere migliori di chi sta dall’altra parte; la necessità di una presa di coscienza generale, di una nuova politica e della partecipazione di tutti nel piccolo per condizionare il grande; i social forum e la censura. In playback, però. Ormai questo rock&roll del cambiamento e della rivoluzione tanto imminente da non arrivare più suona stantio. E a quelli che stanno ancora nei campi tenda a L’Aquila non gliene frega niente né del Popolo Viola né di Nichi Vendola.
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