Recensioni

7.5

Perle ingiustamente dimenticate e tutte da (ri)scoprire: Amarcord è il secondo album del rapper Roggy Luciano, un disco del 2009 ma che sembra più vecchio di almeno dieci anni. Produzioni filtrate fino a sfregiarsi e campioni dal sapore croccante e polveroso ripescati da chissà quale vinile dimenticato in soffitta, un approccio alla scrittura diretto e senza fronzoli, storto e spesso inquietante, alla fine dei conti sempre perfettamente inquadrato. Quello di Roggy è un hip hop che ha il sapore acido di un Tavernello e la grezza ruspanza di una birra da discount: le produzioni sono old-school fino al midollo ma mai manieriste, nostalgiche senza essere passatiste, insomma di una classicità sempre interessante e mai artefatta; la penna non è virtuosa ma è semplicemente incredibile. Si procede quasi interamente di rime baciate, spesso imperfette, talvolta interne, ma la sensazione è di una naturalezza impressionante. Ci sono concatenazioni da mani nei capelli, che si muovono generalmente lungo due assi principali.

Ci sono quelle deviate e volutamente clownesche, dove si gioca a un piccolo e malato teatro dell’assurdo che si schizza con il dadaismo e il surrealismo. Ad esempio in un pezzo come Il Circo Roggy sembra un B-Real particolarmente demente: procede unicamente per nonsense e libere associazioni di idee (sia di significante che di significato), incatenando rime in serie una più spassosa dell’altra (cose come «Crema Cremona città buongustaia / Torta sbrisolona preparata con la ghiaia»). È un puro e semplice esercizio di stile per dimostrare come per rappare non «basti andare a tempo» ma serva quella scintilla ora imprevedibile e ora infantile, e proprio per questo così efficace. Poi fanno capolino diversi momenti di abbacinante tristezza («Amici tipe visi che non vedo e che mi mancano / Fili di nostalgia che mi chiamano come un diavolo / Non li sento più questi che spalmano balsamo / Cadono sugli anni che passano e non si alzano», in La folla, bastoncini). E il malessere esistenziale di (s)fondo, sempre presente anche nei pezzi più goliardici, si palesa con prepotenza. 

Dicevamo delle produzioni: la palette è sterminata. Ci sono hit ubriache su beat swing come Clinica, Pt. 3, i groove spastici de La Banda del Grugno e le lisergie drogate di Nostalgia della Placenta. E poi mummie g-funk come L’acqua, che con quei synth West-Coast sembra un Dr. Dre zombie tornato un po’ sfatto dall’oltretomba, ballate esistenziali a base di piani spettrali (Ritorno al circo), singoli irresistibili come Il dr. Moebius, e via all’infinito. A livello di campioni si pesca di tutto anche dal cinema: dall’Elephant Man di Lynch in John Merrick a Il Ladro di Orchidee di Jonze, passando per Ecce Bombo e Bianca di Nanni Moretti in Minsk. Insomma, traccia dopo traccia parte una voglia di sample digging che è veramente molto hh. Poi uno legge nei credits che ci ha messo mano pure un certo Ice One.

Un disco che può fare le gioie tanto dei nostalgici dell’old school quanto di chi cerca semplicemente un lavoro originale e farcito di idee interessanti. Mica poco. Per i più avventurosi, dopo otto anni di silenzio Roggy è tornato nel 2018 con un disco di dada-trap a tema natalizio intitolato Buon Natale. Siete avvisati.

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