Recensioni

La piazza, in ogni topografia, è sempre stata il fulcro logistico ed esistenziale della vita cittadina, dell’interazione. Intitolando proprio Plaza il loro terzo album, pubblicato al solito da Mexican Summer, i Quilt volevano giustappunto simboleggiare la fusione di differenti influenze: nelle dieci canzoni in programma, sviluppate ad Atlanta e registrate a Brooklyn con il produttore Jarvis Taveniere dei Woods, la band di Boston shakera psichedelia, indie pop e folk con indiscussa piacevolezza, ma anche con un po’ di calligrafia – certo, di quella che non riesce a tutti, ma forse a due anni di distanza da Held In Splendor era lecito attendersi qualcosa di più. Tra l’altro, il gruppo è capitato ad Atlanta dopo aver conosciuto Matt Harnett, responsabile di una mostra itinerante dedicata – indovinate? – alle trapunte decorate (esatto…, “quilts”).
Tornando alla musica, Passersby apre con toni quasi mistici, con la voce vellutata di Anna Fox Rochinski e un sublime arrangiamento artigianale di corde e flauti, andandosi a collocare dalle parti dei Rose Windows. Roller sfodera un irresistibile andamento Sixties: linee di organo, basso incalzante, ritornello super orecchiabile. I quattro – insieme ad Anna c’è da sempre Shane Butler, mentre John Andrews è arrivato a sostituire il suo predecessore alla batteria nel 2011, l’anno in cui è uscito l’omonimo esordio, e Keven Lareau è l’ultimo arrivato al basso – si alternano comunque ai microfoni e, così, parte Searching For, cavalcata dalle elettriche tradizionali ma con quel brio che metterebbe d’accordo tanto i più recenti King Gizzard & The Lizard Wizard di Paper Mâché Dream Balloon quanto i nostri C+C=Maxigross. O’Connor’s Barn le va dietro, sin dall’ambientazione rurale, ma è nei piccoli, scintillanti dettagli che si trova la goduria maggiore: in tal caso, nelle traiettorie di percussioni e chitarre.
Eliot St. è una bella ballata rètro, sospinta da giri acustici e impreziosita da un sontuoso quartetto d’archi. La viola è invece distorta nella successiva Hissing My Plea, che alza il tiro ritmico con coinvolgimento psych alla Big Brother & The Holding Company datata ‘67. Something There procede senza troppo ferire, tra scarti semi-blues, rock adulto e morbide armonie canore, e fa da preludio alla malinconica Padova che, a dispetto del rimando geografico che ci incuriosisce obbligatoriamente, resta ben piantata in terra Americana. Anche Your Island scivola via con classe e piacevolezza nella media, mentre Own Ways chiude l’ascolto al trotto crescendo in coda rumorosa abbastanza prevedibile.
C’è una nuova maturità nell’impiego mai invasivo di numerosi strumenti (si va dalle arpe ai synth), che si rispecchia del resto nella definizione di un sound pieno e pulito. È la cura encomiabile di ogni aspetto, la misura e la freschezza con cui viene gestito il tutto, che permette in conclusione di aggirare la maniera in favore di un ascolto senz’altro godibile.
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