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7.3

Quarto disco per Jason Robert Quever e la sua creatura Papercuts, e il primo inciso per la Sub Pop. Per queste dieci tracce di pure dream pop al caramello, il musicista californiano ha messo da parte quasi del tutto le influenze folk dell'inizio (quando collaborava con Vetiver) per accentuare la sua immersione in atmosfere da West Coast Sixties, accentuando quell'operazione di ripescaggio di quel genere di pop che l'anno scorso ha dato fama ai Morning Benders. Oramai pare che su questo filone, fatto di ripescaggi Beach Boys, Zombies, Van Dyke Parks (per citare solo i nomi di maggior rilievo), si giochi una grossa fetta del mercato indie.

La particolarità di Quever, qui ai massimi livelli di maturità, è di riuscire a dare a questa materia sonora una veste spectoriana, cercando di costruire un vero e proprio muro di suono fatto con una miriade di strumenti diversi: archi, Mellotron, moog assortiti, chitarre acustiche ed elettriche, pianoforte, echoplex, più tutta una serie di trick di registrazione sia analogici che digitali. Provate a sentire quello che verrebbe da chiamare "pieno orchestrale" dell'iniziale Do You Really Wanna Know o la profondità del paesaggio sonoro di I'll See You Later, I Guess (alla quale si sommano anche un coro di voci). La piano ballad Winter Daze fa nevicare sulle note, mentre l'eco del folk si manifesta almeno in Marie Says You've Changed che sembra un incrocio Vetiver/Belle And Sebastian.

Meno solare rispetto ad altri colleghi di (sotto)genere, Quever sembra possedere la chiave che apre le porte verso atmosfere ovattate, eteree e agrodolci come pochi altri, riuscendo a coniugarle con linee melodiche che si appiccicano alle orecchie nella migliore tradizione pop.

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