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6.8

Non inganni quella voce gentile ed educata – che potrebbe ricordare facilmente Levante – e nemmeno quella cifra stilistica da cantautrice slacker à la Courntey Barnett o Maria Antonietta, di cui un po’ si abusa, di questi tempi. Il mondo disegnato da Mèsa – questo il nome d’arte dietro cui si cela Federica Messa, romana, classe ’91 – è piuttosto un bozzetto estremamente intimo, privato, riservato, sincero, tratteggiato con grazia, cura e garbo, ma anche rabbia e furore. Un disegno che muove i primi passi su una chitarra acustica, e che poco a poco viene ricalcato con una voce sempre più determinata e solo in definitiva condiviso con l’esterno.

Un EP di debutto estremamente denso di tutto questo mondo ricco di flussi di coscienza, storie personali, urgenza di uscire da un tunnel, necessità di ripartire dopo una fine. Cinque brani affrontati col piglio di una cantautrice dall’identità già forte, immersi nelle influenze indie rock anni ’90 a stelle e strisce (Pixies), guidati da precisi riferimenti femminili (Ani DiFranco) con quell’irriverenza poetica e radicale che ricorda la Carmen Consoli degli esordi ma anche la Mitski che tanto ci è piaciuta lo scorso anno. Il tutto grazie a una scrittura mai banale, semplice o risolutiva. Anche nel climax elencato di Tutto Mèsa non giunge mai a una risposta definitiva, rimarcando a gran voce quel «tutto e il niente che significa per me». Se ne addossa piuttosto la ricerca ne La colpa, si interroga sulla necessità di dare sempre e comunque Un nome alle cose, su quel limite vacuo e precario tra giusto e sbagliato (Cose vere) o in una relazione incapace di chiamare le cose col nome giusto, che «abituarsi è l’arte di arrendersi» (Morto a galla).

Pur mostrando qualche incertezza e un incedere complessivo ancora un po’ acerbo, quello di Mèsa è un debutto semplice, accessibile e al tempo stesso ricco di fascino, carattere, belle canzoni e un enorme potenziale tutto da scoprire.

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