Recensioni

Nel vecchio quartiere di San Telmo un antiquario cieco mi predisse il destino. Cammino e parlo solo, appeso alla mia sventura. Non ricordo come fosse il cammino. Arrivo e torno ad un molo dove non fui mai. Questi alcuni dei lampi delle storie che appaiono a Melingo, un rabdomante che mescola l’estetica e l’etica del tango con i suoni del dub, del rebetiko, del rock, creando un ibrido peculiare e trascinante.
Oasis, pubblicato da Buda Musique, che conosciamo per la sua serie Éthiopiques, è una raccolta di tredici canzoni-mondo che raccontano storie circolari, sogni, partenze, nostalgie conficcate nel cuore come una lama, incubi grondanti amore, perdita, epopea. Terzo capitolo di una trilogia incentrata sulla figura di un vagabondo, tra autobiografia e mitologia l’album ha il pregio di creare istantaneamente un universo narrativo popolato di personaggi realissimi e letterari: si respira l’aria della Buenos Aires più autentica e popolare, delle cattedrali del tango, dei ristoranti dove vanno ad abbuffarsi di carne i tassisti.
Personaggio eclettico che ha attraversato in lungo e in largo la storia della musica argentina, Melingo ha collaborato con Milton Nascimento, per poi essere attivo sulla scena teatrale nel periodo della dittatura: partito da un background wave e rock (ha suonato con Los Abuelos de la Nada, i Nonni del Nulla, che gran nome per una band!), che risuona anche in questo lavoro, notturno e magnetico, è poi approdato ad una personalissima versione del tango, non prima di avere prestato la voce ai Gotan Project e soprattutto al Cuban Ensemble di David Murray nel disco Plays Nat King Cole en Español del 2011. Un’epica della strada che non scade nella didascalia ma è gonfia di un blues australe vero e pulsante, quella che anima queste storie vagamente zoppe, ubriache, avvolte da una nebbia indecisa tra l’oppiaceo e il cinematrografico.
Una pletora di partecipanti a questa odissea da camera, tra cui Vinicio Capossela e Andrés Calamaro, per un album che si deposita nelle orecchie come un inesorabile miele, o un dolce veleno, lasciandoci con un vago stupore di pellicola, come in una poesia di Borges. Arrangiamenti sorprendenti per strutture archetipiche, il virus del dub a diffondersi felicemente nei capillari accoglienti del tango cancion come ce lo insegnò Carlos Gardel, il foklore a gonfiare il suo legno per imbarcare acque di altri oceani. Melingo, oltre a cantare, accompagnato da una decina di ospiti, suona di tutto: pianoforte, clarinetto, bouzoki, baglamas, tzouras, arpa a bocca, basso e synth. I timbri caleidoscopici dell’orchestra fantasmatica coinvolta nel progettare questo perfetto (e necessario) sabotaggio della tradizione sono arricchiti da sega musicale, campionamenti, l’inevitabile bandoneón, una sezione archi, contrabbasso, pianoforte e carillon. Proprio come canzoni da un tempo imprecisato ci arrivano queste tracce (nel libretto del CD l’autore usa il consueto espediente letterario del ritrovamento di un manoscritto), una scatola magica ritrovata nel 2034 e risalente a cento anni prima. Musica con una fortissima identità e capace di una visione, profonda e mai didascalica.
Melingo è ambasciatore di una eresia tanguera che riporta questa musica nei bassifondi dove è nata, lasciandoci un fortissimo desiderio di viaggio, di epica, di alterità. Allucinata e profetica, come sa essere forse solo la poesia, Soy un virus, orgogliosa dichiarazione di inestirpabile, dolorosa libertà: In una tribù di scimmie / in una festa di zombie / in una strada di schiavi / io non sono un uomo / sono un virus nella tua mente / e non puoi farcela con me / E miei amici, i miei amici / sono scarafaggi disperati / che si trascinano nella spazzatura / per recuperare qualche crosta / I miei amici, queste orrende formiche che spostano la loro paura di ieri nel loro terrore di domani.
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