Recensioni

“Non vergognarti mai di scrivere una melodia che puoi fischiettare”. A dirlo fu il maestro francese Darius Milhaud rivolgendosi a un giovane allievo, tale Burt Bacharach. E quasi ottanta anni dopo quel consiglio prezioso, Emotional Park, primo disco solista del romano Marcello Newman, sembra vestire al meglio questo incoraggiamento sonoro, fatto di stravaganza power-pop ed eclettismo rock, portando una qualità senza tempo e un equilibrio autoironico che riesce a mangiarsi in un sol boccone l’ego smisurato di molti songwriter privi di consapevolezza.
Le canzoni che compongono il disco godono infatti di quella luce antica che hanno i giorni buoni, quelli in cui ancora si può credere di riuscire in qualcosa: come se in questi anni che hanno visto il musicista italo-americano lavorare più per la musica degli altri che per la propria, si fosse compiuta una strana magia sonora per cui il non dedicarsi troppo a un progetto unitario avesse portato un artista – a cui non manca certo talento, inventiva e gavetta -, a scrivere qualcosa di semplicissimo eppure perfetto e credibile. Emotional Park, che è stato pubblicato dopo una gestazione quasi decennale, è un ascolto affascinante, per un disco che ti invita a seguirlo senza pigrizie e con coraggio. I dieci brani dell’album – registrato tra Torino, Roma e Livorno – impiegano il linguaggio della canzone americana classica, nelle sue declinazioni più radiose, per dipingere novelle fatte di frustrazione e delusioni della vita adulta. Jonathan Richman mangia un gelato al Pigneto, Gordon Gano gira in bicicletta per Piazza Santa Croce in Gerusalemme: ritrovo qui le coordinate di giorni lenti, giorni romani, giorni in cui Emotional Park prende vita e finalmente suona sui piatti di tutti.
È un istrionismo amaro quello di Newman, capace di giocare con sensibilità interpretativa fra le estremità della pop-song con suggestioni ora beatlesiane ora lisergicamente velvetiane: le armonie avanzate, le mutazioni di accordi con imprevedibili modulazioni, rendono Emotional Park, disco dall’evidente natura grezza e dall’attitudine slacker, un debutto che gode di una sapiente ed esperta mano. Laddove appare leggerezza – la stessa che ci porta a canticchiare questi brani dopo tre ascolti – troviamo un’attenzione quasi monastica all’incastro di svolazzi e arrangiamenti aspri dal profumo sixties. La visione d’insieme che riesce a imprimere Newman, voce bronzea e riconoscibilissima, è magniloquente nel riuscire a far prendere ai brani strade cangianti, talvolta impreviste, ora languide (il tramonto estivo di PhD), ora liquide (la splendida Cry 4 the Kids), finanche acidamente vaudeville (l’ascesa col sax in Pretty Down Right Now). Un morbido e tiepido crepuscolo per un paesaggio in continuo mutamento che proietta, fra slanci eroici e spasmi elettrificati, uno dei dischi più interessanti di questo 2026.
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