Recensioni

Ci siamo sbagliati con Pascoli quando lo pensavamo meno nostro degli altri solo perché ce lo avevano descritto come "il poeta delle piccole cose". Siamo cresciuti e abbiamo letto la poesia della complessità apparente per poi scoprire l'enormità sottesa a tutte le piccole cose del poeta di San Mauro che tanto a scuola finimmo col disprezzare. Con la stessa lente della riscoperta finiamo a nutrirci di cucina povera nel mondo del sovrappiù e della tracotanza e lo facciamo, in musica, con il ritorno attesissimo di uno dei più interessanti e profondi progetti di musica d'autore italiana, i ManzOni di Luigi Tenca.
Cucina povera è disco che conferma in tutto e per tutto il valore di questo progetto, di un discorso musicale e narrativo che fa sempre più da intimo e semplice contraltare alla complessità introspettiva propria della storia della musica-raccontata italiana, quella cui fanno capo assoluto i Massimo Volume. Si affonda qui nell'intimo della cucina di chi scrive, laddove questa stanza rappresenta naturalmente il fuoco, il centro nevralgico dell'intimità, della pulsione emotiva di sé e del proprio quotidiano; al contempo, cucina povera, diventa la naturale espressione dell'essenzialità sentimentale, della volontà di raggiungere il nodo ed eventualmente di snodarlo.
Musicalmente parlando siamo di fronte a un lavoro ancora attento a una buona commistione di levità e noise e, rispetto all'esordio, decisamente meno volto al post-rock ma arricchito di maggiori pulsazioni sintetiche. Se in alcuni episodi come …ed ecco l'alba o In Toscana sembra di avere a che fare con un mix tra Diaframma e giochi di strumenti nuovi a la Einstürzende Neubauten, in Una Garzantina o Dimmi se è vero il suono si addolcisce in favore di un leggerissimo e arioso afflato pop. Le storie naturalmente sono i fiori di questa band, vicende tutte senza rima che contengono caleidoscopicamente episodi della vita, dei desideri, delle amarezze e dell'amore. Un lavoro curato, da scoprire lentamente, ricchissimo di significati puri e nascosti, come quei luoghi del "sorriso lacrimoso" del Pascoli di cui, appunto, si diceva.
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