Recensioni

7.1

Buon sangue non mente: la famiglia Finn colpisce ancora. Dopo il bell’album del genitore Neil (Dizzy Heights, pubblicato la scorsa primavera), Liam Finn ritorna, a distanza di tre anni da Fomo, con The Nihilist.

Detto che i due album precedenti (I’ll Be Lightning era l’esordio nel 2008) avevano rivelato un talento in evoluzione declinato in chiave pop come da tradizione familiare (non dimentichiamo lo zio Tim), The Nihilist conferma quanto fatto finora dal musicista neozelandese ora di stanza a New York. Un buon curriculum già in possesso (un inizio post grunge, tour con Eddie Vedder e Black Keys, il progetto 7 Worlds Collide, concerti con i riformati Crowded House) è la base di partenza per una carriera solista avviata. Nei precedenti dischi era forte l’impronta pop dreamy, così come in quest’ultimo, dove predominano i falsetti, le sovrapposizioni vocali (Ocean Emmanuelle) e le rarefazioni che avvicinano il musicista al padre (Arrow, Miracle Glance), gli arrangiamenti elaborati e postprodotti (la sua predilezione per loop e suoni vari), insomma la conferma di quanto di buono già si era visto finora.

Ci sono echi di Beck, di Elliott Smith, tanta psych à la Flaming Lips (Burn Up The Road, Preary Pop), tentazioni desert e atmosferiche (I), funk (la title track, richiami a Prince) e in generale molto perfezionismo (qui Liam ha suonato ben 67 stumenti, con l’aiuto dei soliti Eliza Jane Barnes alla voce, il fratello Elroy alla batteria e Jol Mulholland al basso), il tutto con una sensibilità indie (si citava prima il buon Beck).

Liam Finn si conferma quindi un buon songwriter, con molte potenzialità tutte da esplorare.

 

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