Recensioni
Kaatayra
Antropoceno
Caminhos de Água
No Ritmo da Terra
-
Mauro Bonomo
- 22 Giugno 2026


In Brasile, divorare l’esotico per nutrire il proprio fantasma autoctono è ormai pratica artistica antichissima. È la lezione del Manifesto Antropófago di de Andrade, digerita e sputata negli anni ’60 dal Tropicalismo e successivamente espansa dalle visioni microtonali di Walter Smetak o dalle foreste percussive di Naná Vasconcelos. Una tradizione che ci ha insegnato come la musica brasiliana, quando vuole davvero sovvertire, non si limita a cantare il paesaggio: lo smonta, ne estrae la linfa sacra o il detrito e lo ricompone in forme aliene.
Oggi, questa stessa urgenza antropofaga non abita più nei salotti della Música Popular Brasileira, ma si è rifugiata nei margini estremi dell’underground. È qui che prende forma quello che possiamo definire un tropicalismo spettrale: movimento sotterraneo e notturno che prende i generi occidentali di importazione – black metal, shoegaze, elettronica abrasiva – e li sacrifica sull’altare di un ecologismo radicale. I nuovi lavori di Caio Lemos (Kaatayra) e Lua Viana (Antropoceno) sono due monumenti alla sovversione speculari in questa transizione.
Il percorso di Caio Lemos, polistrumentista di Brasilia, somiglia a un processo di distillazione alchemica. Se i primi capitoli a nome Kaatayra erano tempeste di atmospheric black metal rurale, con Caminhos de Água la distorsione evapora del tutto, lasciando emergere un folclore liquido e trascendentale.
Il disco si muove come una mappa idrografica dell’Amazzonia. Le chitarre con corde di nylon non fungono da mero accompagnamento, ma generano vortici armonici costanti, richiamando la densità delle cascate e il fluire dei fiumi. L’acqua non è solo il tema dell’album, ma il suo metodo compositivo: la musica scorre, si infiltra tra i silenzi dei field recordings e modella il tempo con la pazienza di un’erosione millenaria. La voce di Lemos si spoglia del grido metallico per farsi sussurro vegetale o coro distante, mentre frammenti di parlato anziano (come gli interventi di Dona Maria) ancorano il tutto a una dimensione rituale e comunitaria. È un sinfonismo acustico di una bellezza ancestrale, che ridefinisce il concetto di musica ambientale trasformandola in un atto di comunione ecologica.
Se Kaatayra incarna la fluidità dell’elemento acquatico, Antropoceno risponde con la pesantezza e la frizione tettonica del suolo. Dietro il progetto c’è Lua Viana (già nota per il progetto shoegaze Sonhos Tomam Conta), che con No Ritmo da Terra (secondo capitolo di una trilogia iniziata con Natureza Morta) firma un vero e proprio manifesto estetico-politico.
Esplicitando le sue tesi anche in un saggio (The Ancestral Future as an Aesthetic Project, consultabile qui), Viana teorizza la totale sovversione delle influenze occidentali: l’avant-garde metal, il post-rock e il glitch vengono divorati e messi al servizio di una triade linguistica ancestrale: portoghese, tupi e yoruba. Il disco riattualizza i canti dei terreiros di Candomblé e della Capoeira, ricordandoci che persino il funk contemporaneo non è che una mutazione del ritmo congo dell’agogô.
Il sound design digitale, brutale e saturo, non ha nulla di meccanico; segue il respiro irregolare di una terra coperta di cemento che continua a tremare sotto l’asfalto di San Paolo. La percussione diventa l’elemento di connessione neurologica tra il battito cardiaco umano e il tempo profondo dei minerali, trasformando le tecnologie del colonizzatore in un’arma di resistenza contro la cancellazione delle soggettività native.
Ciò che unisce profondamente Caminhos de Água e No Ritmo da Terra è il totale rifiuto dell’antropocentrismo e della temporalità lineare dell’Occidente. Entrambi gli artisti traducono in suono il pensiero del filosofo indigeno Ailton Krenak: l’unica soluzione all’apocalisse climatica e capitalista sta nel recupero delle cosmo-visioni di quei popoli che hanno mantenuto una connessione viscerale con il pianeta.
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