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7.1

Quando si scioglie in un sorriso, ha una potenza incontenibile il volto barbuto e rotondo di John Moreland. Come un guerriero buono, sembra aver sempre qualcosa da dire riuscendo ad aspettare il proprio turno. Non prevarica, non urla, non si mette in mostra: sul piedistallo della notorietà ci sarà sempre e solo lo spirito di casa, della sua Oklahoma, tatuata a metà sulle nocche delle mani. Perché tutto nella musica di John Moreland nasce da lì, e le radici per il cantautore americano sono la cosa più importante. Quel country gloriosamente e gioiosamente straziante è stato la chiave di tutto.

Il nuovo album di John Moreland – nonché suo debutto su etichetta 4AD – è un’esperienza onesta e cruda, un disco-verità sull’amore, la fede e la condizione umana. Big Bad Luv arriva dopo cinque album che mettevano al centro della scena un uomo torturato dai propri demoni, la sua chitarra e un senso dell’introspezione solitamente più vicino a un poeta intimista che a un giovane chitarrista country. Registrato in undici mesi a Little Rock, in Arkansas, con un gruppo di amici musicisti di Tulsa, città natale di Moreland, durante tre sessioni intervallate da gite turistiche e vita quotidiana, Big Bad Luv è stato poi mixato da Tchad Blake (vincitore di diversi Grammy Award), che ha lavorato con artisti leggendari come Al Green e Tom Waits. Dolorosamente onesto, essenziale, schietto, scorticato, oggi Big Bad Luv rappresenta il cambiamento nella discografia di Moreland: soluzioni più ariose, attitudine rock’n’roll, suoni upbeat e ballate romantiche. Andando a scavare nel passato blues fra Springsteen e Stapleton, il Nostro si ritrova a maneggiare con enorme sapienza una materia incandescente che unisce la ballata country alla ferocia del blues, aprendosi finalmente a un pubblico più vasto rispetto allo zoccolo duro dei fan cresciuti assieme a lui.

Come un troubadour americano 2.0, Moreland scrive di getto per esorcizzare i propri demoni e andare avanti, regalando un disco che fa dell’urgenza la sua punta di diamante. Grezzo, sia chiaro. Tutto resta graffiato e rude anche nella nuova veste di saggio poeta dell’amore. Dove prima Moreland inondava l’ascoltatore di lacrime e sofferenze, oggi vira verso lidi molto più aperti e sentimentali, con una ritrovata positività, data sicuramente dalle recenti nozze. Il grande cambiamento nella vita personale dell’artista ha così gentilmente rivoluzionato l’impatto sonoro della sua proposta, grazie a un tono emotivamente sempre oscuro, ma musicalmente più tempestoso. Esorcizzando i sentimenti negativi, Moreland decide di guardare avanti con sguardo maturo e attitudine selvaggia.

Il primo singolo It Don’t Suit Me (Like Before) mostra chiaramente dove Moreland andrà a parare: ritmiche più aperte, chitarre in abbondanza, ritornello catchy. Un sentore di dinamismo e colore che si ritrova in Sallisaw Blue, puro spirito festaiolo da campagna americana e bagni notturni al torrente. Dalla ballad strappacuore pianisticamente perfetta di Love Is Not An Answer a momenti più intimisti solo voce e chitarra come No Glory In Regret, fino a Slow Down Easy, afflato blues e percussivo, soffice e potente, il cantautore non perde di vista il gusto malinconico di un lamento consumato, elevandolo a confessionale brillante, a preghiera per il perdono. Il suo approccio non tradizionale alle soluzioni orchestrali permette inoltre a Big Bad Luv di configurarsi come un disco in bilico fra country e roots rock senza cowboy e banjo, ma con linee melodiche che brulicano di fingerpicking e languide slide, per un country-blues urbano, oggi più che mai votato al rock’n’roll. La voce calda e roca di Moreland, la sua timbrica avvolgente, l’attaccamento  radicale alla cultura americana, il talento di fare delle storie comuni racconti universali: tutto questo (e non solo) si ritrova in Big Bad Luv, un disco quasi conservativo, che vuole proteggere le radici della cultura raccontando storie comuni in una via del tutto personale e intensa, come un moderno Woody Guthrie o un premuroso Bob Seger, senza rendersi conto del fardello di un’eredità molto pesante. Moreland è uno che torce la poesia dalle parole comuni, che trova la saggezza nel polveroso Midwest; il senso dell’introspezione tanto caro al Nostro si fa qui più tenero e luminoso, come quello di un uomo che guarda al proprio futuro riconoscendo l’impronta permanente di un passato tempestoso. Una nuova immagine, un nuovo ottimismo, un nuovo suono che lo porta a cantare, «prima ero abituato ad avere il punto di vista del prigioniero, ora mi interessa soltanto essere visto da te».

Il più grande cambiamento è che in questo nuovo lavoro Moreland può contare sul supporto di una band, non solo negli arrangiamenti ma anche nella completa lavorazione del disco: le sessioni di registrazioni sono state brevi, istintive, senza andare alla ricerca della perfezione, anzi godendosi l’imperfezione di un momento in studio che resterà unico. Non è un uomo che pensa troppo, Moreland, lo si capisce dal modo in cui canta, dal pathos che la sua voce evoca: è vita e strada battuta, è la verità di chi non si nasconde dietro una maschera. Pittore di anime lacerate e fine esperto della lande più nere del cuore umano, l’artista di Tulsa ha finalmente domato i demoni personali aprendosi alla vita, It’s no use, God bless these blues.

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