Recensioni

Fin dall’omonimo esordio – correva il 2008 – gli Ismael mi colpirono per la tensione letteraria e aspra assieme, un cantautorato rock di quelli che sanno regolare l’intensità e l’asciuttezza al giusto grado d’efficacia. Certo, in questi casi fa comodo avere in formazione un vocalist/chitarrista/compositore che è pure scrittore (Sandro Campani, già tre libri alle spalle di cui l’ultimo per Rizzoli). Ma se i testi possono vantare peso specifico e misura non proprio comuni, il piglio rock non passa certo in secondo piano, intrecciando trame ruvide, nervose e accalorate.
All’epoca, tuttavia, non raccolsero i consensi che mi attendevo, forse perché nel frattempo gli anni Zero decidevano di consumarsi all’insegna della facinorosità sloganistica de Le luci della centrale elettrica, mettendo fuorigioco la loro idea di canzoni “narrative”. Il tempo però – si spera – è galantuomo, le buone gocce scavano la roccia e via discorrendo. Insomma, oggi che dal trio originale si è stabilizzata in quintetto (ottimo l’innesto dei sax di Piwy Del Villano), la band reggiana sforna un terzo album che porta a compimento un po’ tutte le premesse, undici tracce accorate e sferzanti col potenziale evocativo ben distribuito tra suggestioni liriche e sonore.
Un’onda di piena che convoglia detriti De Gregori (nell’allegoria desertica di Canzone della volpe e nell’erratica Canzone del bisonte), rovelli cinematici col cuore infiammato (Palinka, il post-post-rock della strumentale Tema di Irene), guittezza irruvidita tra Tenco e Conte (Canzone del cigno) e fregola art/punk col ritorno di fiamma languido (Se non a te). Altrove è una lotta tra cromosomi post-grunge e piglio jazzy (l’impetuosa Canzone per quello), uno spicciare sottrazioni psichedeliche e disincanto ieratico CSI (San Giovanni di Querciola), mentre Andiamo sfiletta a crudo un piglio Godano tra riff à la Jumpin’ Jack Flash conditi di sincopi nevrotiche, candidandosi d’amblé tra i migliori pezzi rock (in) italiano dell’anno.
Album robusto e vibrante quindi, una moneta di quelle buone nel calderone rock d’autore nostrano.
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