Recensioni

Dopo il tour promozionale in solitaria della scorsa estate e alcune date acustiche, per Iosonouncane è arrivato il momento di Mandria, ovvero la migliore trasposizione live (e la più naturale) per un disco come DIE: il musicista porta sul palco nuovi arrangiamenti, assieme a Simone Cavina (Junkfood, Ottone Pesante) alla batteria, alle percussioni e ai cori, Francesco Bolognini (CUT, Permanent Fatal Error, Superargoproject) alle percussioni, all’elettronica e ai cori, Andrea Rovacchi (Julie’s Haircut) alle tastiere e ai sintetizzatori e Serena Locci alla voce e alle percussioni. Un supergruppo dell’indie di casa nostra, considerati i musicisti coinvolti, capace di affrontare a viso aperto la complessità musicale dell’ultimo disco di Incani.

Di ritorno dal concerto al Bronson di Ravenna – più che buona la risposta del pubblico, anche se i sold out delle date precedenti parlavano di un successo quasi annunciato – vengono immediate alcune considerazioni. La prima è che il live set di Iosonouncane “suonato da esseri umani” è una fatica immane, per tutti i musicisti coinvolti ma soprattutto per Incani: il Nostro si destreggia tra macchine e chitarra elettrica suonate in contemporanea (con tanto di fraseggi alla sei corde spesso in controtempo), ma anche chitarra acustica e voce, quest’ultima in sbandata controllata tra acuti à la Dalla ogni due per tre e progressioni melodiche tutt’altro che lineari da seguire. Non è la cosa più semplice di questo mondo, e infatti a Incani servono un paio di brani per carburare a dovere e trovare il giusto equilibrio. La seconda è che quando tutto funziona (anche al mixer) il suono elaborato dalla band è talmente corposo e potente da lasciare a bocca aperta. Mentre scriviamo abbiamo ancora nelle orecchie una Stormi letteralmente da pelle d’oca, bissata da una La Macarena su Roma che nella nuova veste guadagna profondità, livelli sonori, imponenza, efficacia. Gli arrangiamenti arricchiscono materiale già ricco di suo: la batteria (e non più i campionamenti) è il centro nevralgico di un suono che vive di corrispondenze serratissime, di contrappunti tra synth e voce (importante anche il contributo della Locci), elettronica e percussioni. La terza considerazione ci porta invece a pensare che questa nuova veste musicale possa essere un po’ l’applicazione di una logica quasi pinkfloydiana – quelli degli anni Settanta – alla musica di DIE, un approccio meticoloso che mescola grandi spazi sonori alla voglia di una certa grandiosità nei timbri e alla necessità di dare il giusto peso ad ogni dettaglio. Chiamatelo prog se volete, ma in realtà il discorso è più complesso e non è detto che non rappresenti un involontario chiudere il cerchio con i tempi degli Adharma (per lo meno a livello “etico”, se non dal punto di vista dei suoni), band in cui militava Incani prima di diventare Iosonouncane. Architetture e non più puzzle schizoidi gratificano la versione dal vivo di un disco per natura disponibile a farsi rileggere, scomporre e ricomporre, nel nostro caso da un approccio cerebrale che non sfocia mai nel barocco fine a se stesso. L’ultima osservazione la riserviamo alla scaletta: il nuovo set è una mescolanza di materiale che arriva dal primo e dal secondo disco di Iosonouncane, e non più un fluire organizzato per compartimenti stagni (come ci era capitato di osservare la scorsa estate in una data all’Hana-bi di Marina di Ravenna). È evidente la voglia di trovare un linguaggio comune per tracce che nascono profondamente diverse tra loro, una chiave interpretativa che riconduca il tutto alla nuova visione musicale. In questo senso ci pare esemplare una Giugno che guadagna una base ritmica quasi free e un arrangiamento ai limiti della contemporanea, e per questo perfettamente integrato in un’ottica generale che richiede un’interpretazione attiva da parte del pubblico, e non solo una semplice risposta indotta.

Nota finale per i Kill The Vultures. La band di Minneapolis apre per Iosonouncane, si presenta sul palco con le facce e l’attitudine di Crescent Moon (voce) e Anatomy (macchine) e tira su un set tesissimo e coinvolgente, considerati i mezzi tecnologici scarsissimi messi in campo. Per una volta, però, gli headliner eravamo noi e non gli Stati Uniti. E con pieno merito.

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