Recensioni

6.9

Anche svestito da tutta la retorica che ne ha accompagnato l’uscita – il disco è stato definito in più frangenti come “la voce di un popolo” e ci pare, obiettivamente, un po’ troppo – il secondo album dei romani Il muro del canto è comunque un’operazione intrigante. Ascoltando la produzione precedente della band (un Ammazzasette del 2012 e un EP omonimo del 2011) e in particolare questo Ancora Ridi, non possono non tornare in mente i primi Ardecore, calati in una musicalità che recupera la Roma migliore delle tematiche di stampo popolare cantate in romanesco (là erano brani tradizionali, nel caso de Il muro del canto sono episodi autografi). Dove la band di Geoff Farina, Giampaolo Felici e Co. lavorava in modo “intellettuale” arrangiando l’immaginario da rione con un folk-post-rock intensissimo e un approccio “internazionale”, Il muro del canto opta per una musica basale e diretta: qualche chitarra da frontiera americana, certi overdrive corposi nei momenti clou, ma anche suoni acustici, fisarmoniche e una tradizione non troppo lontana da quell’aria di borgata che si respira in tutto il disco. In questo senso, Ancora Ridi è un album con meno sorprese rispetto al primo, omonimo, degli Ardecore, pur potendosi fregiare di un pugno di canzoni tese e coinvolgenti, almeno quanto i live della band titolare del progetto (a Roma e dintorni, i Nostri sembrano essere già un piccolo culto). Segno distintivo del combo, la voce baritonale di Daniele Coccia, fondamentale nel dare riconoscibilità alla formula e che a un’orecchio poco abituato potrebbe ricordare – perdonate l’accostamento azzardato – un Gigi Proietti stregato da Tom Waits.

Musicalmente, nelle dodici tracce della tracklist si respira un mix di folk danzereccio da sud peninsulare – le cadenze in stile De Andrè trasformate in uno ska sui generis di Canzone allagata, il DNA quasi patchanka di Peste e corna – certi tremolo à la Ry Cooder (L’osteria dei frati), contaminazioni tra atmosfere morriconiane (Arrivederci Roma), glocalismi à la Sacri Cuori (Strade da dimenticà) e brani recitati (Er Funerale, Palazzinari). Elementi stilistici che descrivono un subbuglio epidermico capace di conquistare all’istante, un po’ per certi suoni istituzionalizzati, un po’ perché effettivamente il materiale ha un suo spessore (nelle musiche, ma anche nei testi), un po’ perché la band è brava a sfruttare l’empatia veicolata da certi crescendo puntuali.

Manca forse il gusto della scoperta, quella scintilla di personalità nei suoni che permetterebbe a un disco del genere di evitare di rientrare nei dischi “di genere”. Posto che, comunque, i musicisti fanno egregiamente il loro dovere.

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