Recensioni
Luciano Maggiore
How To Increase Light In The Ear
-
Gaspare Caliri
- 17 Dicembre 2012

Il trick – uno dei trick – dell’elettroacustica è far cortocircuitare esecuzione e meditazione, ascolto e fonte della musica. Produzione e fruizione. Sembra a volte che quelle oscillazioni, quel materiale sonoro non abbiano autore, ma arrivino da chissà dove per darci la chiave di un “modo” di ascoltare diverso, e l’accesso a stati di coscienza dell’ascolto slegati dalla riconoscibilità di note e melodie. Esagero: non è una questione di presenza o meno (percepita) dell’autore, ma della necessità di pensare all’autore. È qualcosa che lavora dentro l’ascoltatore. È, come un cracker, fruibile in sé ma anche un supporto di significazione, di modalità di ascolto, di sospensione del pensiero musicale standard.
L’impressionante e duro lavoro sui timbri acuti (o medio-alti nella seconda traccia) di How To Increase Light In The Ear – secondo capitolo, sempre per Boring Machines, della collaborazione traLuciano Maggiore e Francesco Brasini – ricorda, per alcuni motivi, l’ur-statement musicale della dream house di La Monte Young. Non solo per l’approccio minimalista (ma alla La Monte Young, appunto, molto di più che alla Steve Reich, per esempio). Ma anzitutto per il gioco delle frequenze nelle nostre orecchie e nel loro rapporto con lo spazio. Il monolite della stanza minimalista della casa dei sogni era uno spazio dove camminare, o anche solo dondolare la testa come fanno gli indiani quando annuiscono, e percepire la differente combinazione di frequenze che la nostra posizione determina rispetto ai quattro punti cardinali che emettono le oscillazioni. In una stanza media (forse la scala di ascolto migliore, a metà tra cuffia – o automobile – e grande sala) le due tracce di How To Increase… riproducono un rapporto simile di movimento reciproco tra persona e suono. Del resto, conoscendo i due, sembra di leggere nel disco lo sdoppiamento tra emissione e controllo di quell’emissione sull’ambiente. La finzione che ci creiamo in testa nella scomposizione analitica vuole i due personaggi, quello che produce i timbri, e quello che ne deduce l’effetto e ne controlla la risonanza, e ci fa capire quanto un set di frequenze possano far germogliare una complessità immobile eppure avvincente.
Poi c’è quell’interruttore del Revox (sempre che lo sia, ma l’importante è l’effetto di realtà, non la verità) che racconta una delle invenzioni più ricche, mossa semplicissima ma determinante perchè manifestata. Tecnicamente si chiama embrayage, è come quando in un romanzo la non-voce del narratore onnisciente all’improvviso si rivolge al lettore, “e tu che ne pensi, tu che leggi?”. Un altro piccolo cortocircuito che sospende il discorso narrativo e gli ingranaggi della sua proiezione in un mondo a sé, e lo riporta alla penna che scrive, e alla possibilità di rapporto io-tu con il lettore. Sentire lo switch comporta continui andirivieni tra chi produce e chi ascolta, ecco perché si iniziava la recensione stressando il concetto. La cosa straordinaria è che quel gesto evidenziato non svia la concentrazione, ma le dà un ritmo.
Come con il rasoio di Ockham, abbattendo il numero degli elementi, si capisce quante cose si possono fare con quello che si decide di avere per le mani. E difficilmente Maggiore e Brasini potevano gestirsi meglio questa consapevolezza.
Amazon
