Recensioni

Il terzomondismo come punto di incontro tra varie derive stilistiche: da un lato l'estetica debordante e gioiosa di una Tune-Yards (a lei sono ispirati i visi dipinti e i corpi imbustati in abiti coloratissimi delle foto ufficiali del gruppo); dall'altro nomi come The Raincoats e Slits a fare da numi tutelari per la riscoperta della poliritmia africana, come di un modo di fare musica immediato e istintivo; in mezzo un'attitudine cosmopolita à la Manu Chao sottolineata da suoni in gran parte acustici provenienti da un parco strumenti altrettanto “fusion”, tra charango, chitarra, berimbau, cajon, ukelele, U-bass, batteria, clarinetto, organetto, diamonica, contrabbasso e chissà cos'altro. Aggiungete la Babele linguistica dei testi (inglese, tedesco, dialetto catanese), il passato da girovaga di una Monique Mizrahi – padre romano, madre americana – in fissa con il Sud America e la diversa provenienza geografica degli altri membri della band (Paola Mirabella, sicula, e Federico Camici, di Torino) e capirete dove vogliamo andare a parare.
Ovvio che tutto questo si rifletta su uno stile musicale caleidoscopico capace di passare dal funk (impossibile non pensare allo spoken-word dei Red Hot Chili Peppers di Give It Away in brani come Where D'Ya Live Yo?) a una psichedelia sui generis (Perejil e la titletrack), dal folk dialettale (Cajaffari) a ritmiche disco music fuori contesto e per questo surreali (Eine Kalte Geschichte), fino ad arrivare a certe parentesi free à la Captain Beefheart (i passaggi finali di Elastic Stares). Il tutto amalgamato da un collettivismo paritario e spumeggiante capace di riflettersi nei contributi strumentali come nel modus operandi scelto per finanziare il progetto. Quel Kickstarter leader nel crowdfunding con cui la band è riuscita a raccogliere più di settemila dollari da destinare alle registrazioni del disco.
Tutto qui? Nemmeno per sogno, visto che a produrre è stato chiamato Enrico Gabrielli dei Mariposa. E una bella sfida dev'essere stata per il bolognese catturare su disco l'energia della band e al tempo stesso offrirne un quadro quanto più multicolore e puntuale possibile. I risultati gli danno ragione, considerato che il qui presente You Should Reproduce convince in pieno ed entusiasma, superando in scioltezza il già buon esordio del gruppo Mixing Berries pubblicato un paio di anni fa.
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