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Flirtare con il pop non riesce a tutti. Da un lato c’è la tagliola del dover preservare la verginità alternative, dall’altro intere carriere polverizzate nel tempo necessario per pronunciare la parola mainstream. In questo tira e molla c’è invece chi si trova perfettamente a suo agio: gli Holy Holy sono uno dei gruppi che riescono a equilibrare ambizioni da classifica pur mantenendo una certa distanza da facilonerie da marchetta machiavellica.

Paint è semplicemente la sublimazione di quanto fatto finora dal duo australiano: ritornelli al posto giusto (Willow Tree), singoloni radio friendly (Elevator) e una voce che ti sembra di aver già ascoltato da qualche parte ma che funziona, sono il succo di un album che non ha paura del pop e nemmeno della “sperimentazione”. Ovviamente non parliamo di qualcosa di sconvolgente, ma alcune code psichedeliche e, soprattutto, una varietà di sound che spazia da synth anni ’80 (True Lovers) allo Springsteen più classico (Amateurs) e al dream-pop decadente (December), fanno capire che agli Holy Holy piace giocare assicurandoci un certo divertimento.

Il terzo album degli australiani è il loro miglior lavoro. Paint è un album composto da belle canzoni, scritte bene e arrangiate meglio. A volte diamo troppo per scontata questa piccola grande dote.

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