Recensioni

Undicesima tappa di studio per i GusGus, il miglior dance act islandese giunto al traguardo del venticinquennale di attività. Mobile Home arriva dopo Lies Are More Flexible del 2018, a battezzare le pubblicazioni sotto la propria etichetta Oroom, e dopo l’eccellente accoppiata di dischi costituiti dall’articolato Arabian Horse del 2011 e dal più immediato, policromo Mexico del 2014. Arriva, insomma, a inaugurare questi nuovi anni ’20 proseguendo al contempo nella ricerca elettronica che si pone tra melodia e ritmo, tra forma-canzone – stavolta orientata a sonorità rock, ambient, darkwave post-Depeche Mode – e beat da ballo.
Nuovo decennio e nuova fase artistica, in pratica, per un collettivo che ha fatto della continua rigenerazione di input all’interno di una cornice ad ogni modo riconoscibile la propria valvola di sfogo e soprattutto di freschezza. In tal senso, non sorprende quindi il reclutamento in pianta stabile di Margrét Rán, cantante dei connazionali VÖK (per inciso, promettenti al debutto di Figure, deludenti al successivo In The Dark), che va così ad affiancare attualmente Biggi Veira e Daníel Ágúst – oltre a Siggi Kinski, tornato da poco in formazione seppur dietro le quinte – e imprime la sua indubbia personalità al microfono ai brani più riusciti, ovvero i singoli Higher, prima anticipazione risalente al 2020, e Our World, che indicano una strada più cupa per il dream-synthpop dalle cadenze house dei padroni di casa.
Una cupezza che è specchio dei tempi, visto che Mobile Home è un vero e proprio concept spalancato su un mondo distopico in cui le macchine hanno preso il sopravvento, tra tecnologia e automazione, mentre l’anima cola a picco a botte di solitudine, edonismo, rabbia. Higher, d’altronde, nella sua tensione spasmodica verso una qualche tipologia di elevazione, inizia subito con questi versi: «Waiting by the phone / It’s the loneliness / Building up the empire / With no fortress». Al di là del costrutto, l’album non apporterà niente di rivoluzionario, ma nel suo compatto insieme suona da dio e scorre che è un piacere, togliendosi pure lo sfizio di sperimentare (si sentano i micro-dettagli di Silence e lo scintillante lavoro di produzione su The Rink).
Vale la pena segnalare poi gli episodi più malinconicamente downtempo in scaletta: Love Is Alone e ancor di più Original Heartbreak fanno centro. Quando i GusGus chiamano, vale tuttora la pena rispondere, al volo.
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