Recensioni

Dona non poco piacere, di tanto in tanto, ritrovare degli amici che pensavi spariti per sempre. Mancava da ben cinque anni la creatura di James Johnston, e ci sono con tutta probabilità volute le ristampe dei primi tre album per esortarlo a rimetterla in pista. Mossa vincente e ritorno “una tantum” doveroso, perché The Rotten Milesi impone come uno dei dischi più riusciti nell’area street-garage-blues e dintorni, tanto variopinta quanto sovente popolata da fondamentalisti incapaci di oltrepassare il loro orticello. Errore nel quale James e compatta compagine non incappano neppure stavolta, preferendo trascendere – come del resto hanno sempre fatto – i limiti tra quei generi che si sforzano di unire. Trasuda scioltezza, swing, ironia e sudore in parti ben amalgamate il sesto Gallon Drunk, da far sospettare che, al posto delle pinte di “scura”, i Nostri preferiscano tracannare elisir d’eterna giovinezza.
Hanno una marcia in più di tanti velleitari giovanotti Johnston e compagni: sono esperti e maturi il nuovo bassista Simon Wring, il veterano Terry Edwards a suo agio tanto con atmosfere alla Stooges e latinismi doorsiani – si spiega da sola una fenomenale Night Panic Bossa – quanto con tastiere e sax, il secco batterista Ian White che ricordavamo sul palco con Lydia Lunch. Rimossa quella tendenza all’espansione strumentale che caratterizzava i due album precedenti e contenute le venature “black”, le lancette dell’orologio tornano ai giorni di You, The Night…And The Music. A un blues metropolitano feroce, sardonico e lontano dai luoghi comuni, insomma, dal quale salgono umori piovosi e traspare una patina di esotismo decadente, sentori di asfalto umido e rabbia impotente. Roba che dici tagliata su misura per malavitosi ambigui e un po’ sentimentali che ormai esistono soltanto nei film in bianco e nero.
Dal garage alcolico Grand Union Canal all’ancheggiare inacidato e ciononostante narcotizzato di On Ward 10 è compreso un mondo torbido eppure seducente, che avvince e affascina con il suo deragliante jazz, le sue graffianti ombre, i ripetuti e benedetti schiaffi ai Prisoners. Una “low life” infine riassunta nella devastazione di nera pece All Hands Lost At Sea, escursione nei territori di Funhouse che lascia dapprima annichiliti e poi conquistati definitivamente. Dopo la quale non resta che rifugiarsi nelle braccia del crooner – insieme tranquillizzante e un po’ stridente – intento a riprendere The Shadow Of Your Smile. Lost in music, per davvero.
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