Recensioni

Un debutto nel mondo della discografia non andrebbe mai fatto senza cognizione di causa o senza prendersi tutto il tempo necessario per far sì che sia un inizio di carriera degno di questo nome. Data anche la facilità con cui è ora possibile distribuire la propria musica, molti artisti negli ultimi anni si sono lasciati prendere dalla foga o dalle richieste delle proprie etichette, spesso deludendo le aspettative del proprio pubblico. Ma per fortuna, tra gli emergenti di oggi, c’è ancora chi ha voglia e tempo – ed evidentemente anche ottime condizioni contrattuali – per realizzare un disco in tre anni. È il caso dei Flyte, un gruppo di giovanissimi ragazzi londinesi formatosi dall’incontro tra quelli che all’epoca erano quattro undicenni: i tre compagni di scuola Will Taylor (voce e chitarra), Jon Supran (voce e batteria), Nick Hill, e l’ultimo arrivato Sam Berridge (voce e tastiere), incontrato mentre suonava su un vagone della Central Line. Come spesso accade, i Flyte sono stati notati dal pubblico e poi da Island Records grazie a un video condiviso su Facebook nel 2013, in cui Taylor e Berridge eseguivano una cover di River di Joni Mitchell. Dalla pubblicazione di quel video – poi seguito da altre interessanti reinterpretazioni di celebri brani di David Bowie e Mac DeMarco, tra gli altri – sono trascorsi ben quattro anni, durante i quali la band ha trovato l’appoggio del produttore di Courtney Barnett, Burke Raid, che li ha aiutati a trovare un suono distintivo e poi a confezionare un album di debutto davvero sorprendente per la sua spontaneità e profondità.
A partire dalla copertina fino ad arrivare alle armonizzazioni a quattro voci, The Loved Ones è un esplicito omaggio a due dei gruppi più famosi di tutti i tempi, i Beatles e i Beach Boys, da cui i Flyte hanno evidentemente ripreso la cura per i dettagli e la ricerca di armonie sempre diverse per ogni canzone, facendosi aiutare anche dall’amato suono dei synth anni ’80. A partire dal primo singolo, Cathy Come Home, si percepisce sì un forte e anacronistico attaccamento alle sonorità del passato, ma anche una grande maturità sia dal punto di vista delle tematiche trattate nei testi – scritti tutti da Will Taylor, degno figlio di un’insegnante di letteratura inglese (che ha anche evidentemente ispirato il nome Flyte, derivante da Sebastian Flyte, il protagonista del romanzo Brideshead Revisited di Evelyn Waugh) – che dal punto di vista della apparente disinvoltura con cui le parole vengono accompagnate dalla musica. L’esempio lampante di questa loro invidiabile capacità è Annie and Alistair, una dolcissima ballata “mccartneyana” che gioca su cambi armonici guidati da un giro di chitarra acustica, che si ripete in loop finché non viene dominato dalle quattro voci dei musicisti e da un etereo tappeto di violini, che a sua volta si evolve in un lungo crescendo di emozioni nostalgiche da cui è difficile non restare avvinghiati. Ma ogni traccia di questo album ha qualcosa di speciale: l’assolo di chitarra in reverse di Faithless; la ritmica distante di Victoria Falls che diventa poi la base di un bellissimo special à la Tomorrow Never Knows; la delicatezza di Orphans Of The Storm e di Echoes; la melodia sintetica di Sliding Doors; le armonie a quattro voci al minuto 1.50 di Little White Lies; il ritornello indelebile di Spiral; la performance acappella, forse proprio dentro ad una chiesa, di Marry Me, Archie.
Ascoltando The Loved Ones, non si può non notare ed apprezzare la cura con cui sono stati suonati, cantati e registrati tutti gli elementi. Non c’è nulla di innovativo, e orecchie attente e appassionate possono trovare numerose citazioni nelle canzoni dei Flyte, ma non è comunque da tutti riuscire a scrivere canzoni che abbiano questa naturalezza e questa encomiabile attenzione per i dettagli. Se poi si pensa che questo è solo il primo album dei Flyte, allora si può dar loro il beneficio del dubbio e si può sperare fortemente che questo sia solo l’inizio di una meravigliosa evoluzione artistica e sonora, e non solo un fugace exploit di talento nello scrivere tracce sulla falsariga dei più grandi.
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