Recensioni

Tra la gran mole di album in uscita settimanalmente è sempre più facile che lavori magari minori per ambizione e potenziale, ma artisticamente comunque meritevoli di attenzione, passino senza venire avvistati dai radar dei media specializzati e di conseguenza dal pubblico. Oltre a questo, il percorso musicale tutt’altro che lineare di un artista come Jacob Long, in arte Earthen Sea, non aiuta di certo un album come il suo nuovo Grass and Trees a trovare i suoi potenziali estimatori. Il che è un peccato perché il disco, nella sua atipicità, è carico di un fascino altamente ipnotico.
Long ha un passato di militanza all’interno della scena musicale di Washington, con i Black Eyes prima, e due longplayer usciti per Dischord all’attivo, ed in seguito come membro dei Mi Ami. A seguito dello scioglimento di quest’ultima band è iniziato un percorso solista che lo ha portato all’interno del roster dell’etichetta Kranky. Primo risultato di questo connubio, un An Act Of Love uscito nel 2017 a cui per l’appunto si aggiunge in questi giorni Grass And Trees.
La dub techno più ortodossamente intesa del precedente lavoro discografico viene in questo caso completamente smontata e svuotata della carica propulsiva della pulsante cassa in quattro che è segno distintivo del genere. Ne deriva un immediato senso di incorporeità, di liberazione quasi. Il carattere ritmico di tutte le tracce viene in questo caso dettato dalle cascate di delay che disegnano pattern spezzati e mesmerici. Intorno a questi svaporano pigri gli accordi dei sintetizzatori, minimali ed elementari nelle loro progressioni armoniche. L’obbiettivo di semplificare il più possibile il proprio sound, come è nelle intenzioni dichiarate del produttore, viene dunque raggiunto.
I sette brani contenuti nel disco risultano all’ascolto come un unico lungo fluire sonoro senza soluzione di continuità, senza però per questo risvegliare un senso di monotonia o peggio, di noia ma anzi, mantengono le migliori caratteristiche del dub senza l’opprimente e claustrofobico retrogusto che spesso il genere porta con sé, sostituito in questo caso dagli spazi aperti ed ariosi della migliore ambient. Non a caso l’intero lavoro si chiude con un brano intitolato Less and Less, portato alla sua logica conclusione da un regolare e solitario battito di mani, il suono più prossimo a quello – proverbiale – di una mano sola.
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