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Sembrava definitivamente tramontata l’epoca d’oro dell’emo-core. Quella made in USA che partendo dalla Washington di Rites Of Spring e Embrace arrivava agli Emo Diaries targati Deep Elm, trovando in varie forme la maniera di convogliare l’urgenza del punk-hc verso lidi emozionali, insieme melodici e emotivamente sentiti. Venne poi l’era dell’emo socialmente accettato, in cui il termine si sputtanò senza mezzi termini divenendo appannaggio di posers adolescenziali con frangette, rimmel, autolesionismo posticcio e maglie a righe, ideali per essere parodizzati in tv.

Ora questi cinque debosciati inglesi di Derby risollevano le sorti dell’emo-core primigenio proprio in quel Belpaese che nei 90s eresse monumenti ad un genere strappacuore. È infatti la Triste a pubblicare una bellissima edizione in vinile di Distal, esordio incompromissorio per il quintetto e già classico di un sound che sta riscoprendo una seconda giovinezza qui da noi: si pensi al successo di Sfortuna dei Fine Before You Came o allo spin-off Verme, per farsi una idea.

Furibondi incroci di chitarra e melodie vocali urlate a più voci, ampli al rosso e arpeggi sospesi, malinconia tenuta sotto pressione e slanci ritmici scavezzacollo, tensione costante che si libera in sfoghi da catarsi emozionale sono il lievito che permette a pezzi come Big Sea, Stillwalker, Wide Awake, Closure e Lifewood di crescere ed evolversi in un turbinio carico di energia. Memore della lezione primigenia, ma mai nostalgico in senso stretto; debitore del passato ma aggiornato alle istanze contemporanee, Distal propone una band all’esatta intersezione tra rabbia strumentale e vitale melodia primi nineties. Che se ne frega del tempo che è passato mentre fa dei suoi 7 pezzi altrettanti inni ad un’epoca che non c’è più. O forse, non se n’è mai andata. Bastava cercare.

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