Recensioni

Lo spettacolo in cui Elio canta e recita Jannacci è in giro dal 2021, con la regia (e la co-scrittura) di Giorgio Gallione, direttore del Teatro dell’Archivolto di Genova che ha già portato in scena, tra le altre cose, Snaporaz di Fellini, Borges, Bukowski con Haber, Crozza e Il Grigio di Gaber/Luporini proprio con Elio. Ci vuole orecchio è, sulla carta, un matrimonio in paradiso. La voce delle milanesissime postmodernissime Storie Tese alle prese con il repertorio del milanesissimo schizzatissimo genialoide assurdista malinconista medico-cabarettista-cantautore.
Quella torinese allo Stadio del Tennis “Giancarlo Gramoni”, location non proprio da strapparsi i capelli, all’interno di una rassegna curata da Neri Marcorè, è, come spiega un Elio come sempre metadiegetico, “l’ultima data di questa ultima tranche del tour”, che poi riprenderà a marzo 2024. La location non è propriamente straordinaria per il posizionamento dei posti a sedere ma soprattutto per il loro orientamento rispetto al palco (ti spezzi schiena e gambe) e, banalmente, per l’atmosfera: un sondaggio mai effettuato suggerisce che il novantacinque percento degli astanti siano gli habitué del circolo. Elio appare un po’ affaticato e appesantito per i primissimi pezzi. Poi, però, la cosa si olia, si scalda, funziona. Si percepisce l’automatismo della routine rodata, ma il merito è ovviamente anche dei sodali, un quintetto per fortuna schitarrato composto da Alberto Tafuri al piano (unico indigeno torinese della compagine), Martino Malacrida alla batteria, Pietro Martinelli al contrabbasso, Sophia Tomelleri al sax e il giovanissimo Giulio Tullio al trombone. Tutti talentuosi turnisti di formazione jazzistica con un curriculum lungo così. Gli arrangiamenti sono di Paolo Silvestri, scafato direttore d’orchestra, anche lui di solida formazione jazzistica, già al lavoro sullo spettacolo Il Grigio di cui sopra.
Il dittico iniziale, Ci vuole orecchio e Silvano (che giustamente diventa “Enzo”), viene fuori un po’ disinnescato. Poi il tiro si alza. Con versioni iperteatralizzate di Sopra i vetri, T’ho compraa i calzett de seda, una El portava i scarp del tennis allazzatissima (probabilmente a 200 bpm), Faceva il palo. Sono invece semplicemente spaziali Aveva un taxi nero, La luna è una lampadina, L’Armando, Parlare con i limoni. Elio qui è davvero a casa, perché, a parte la qualità intrinseca della scrittura originale, questi sono tra i pezzi jannacciani più eliofili. Chi non dovesse conoscere gli originali, a tratti potrebbe misattribuirli.
I pezzi di Jannacci sono incorniciati da stralci di monologo che mischiano e pasticciano autori e riferimenti pertinenti al mondo meneghino della cultura, del cabaret, della canzone, del jazz, della letteratura, da Eco a Gadda, da Franco Loi a Michele Serra, da Zavattini a Beppe Viola. E c’è anche Kurt Vonnegut. Datatino lo sketch su Milano invasa dai menù di cucina fusion, con tanto di giochi di parole diciamo “pre-postcoloniali” su nomi di locali e pietanze. I più riusciti, più milanesi, meglio scritti, più equilibrati, più jannacceschi eccetera sono “Margherita perché” e “La mucca in banca”.
Mancano cose gigantesche come Giovanni telegrafista, Vengo anch’io, Quelli che, Vincenzina e la fabbrica, Messico e nuvole, La vita l’è bela, ma lo spettacolo ha un suo disegno, deve avere una sua durata (per evitare che sembri infinito) e del resto anche i matrimoni in paradiso hanno i loro scheletri negli armadi. Elio, come Enzo, sa che L’importante è esagerare perché, Quando il sipario calerà, Vivere possa essere ancora e di nuovo un piangere dal ridere. Promossa la combo Elio/Jannacci. Bravi sette più.
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