Recensioni

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Gli anni elettronici a cavallo tra gli anni ’00 e gli anni ’10 sono stati folgoranti, un grande laboratorio a cielo aperto che ha visto una nuova generazione di bedroom musician forgiare un sound assolutamente eterodosso, rimescolato, dai confini sfumati, in continuo movimento e contaminazione. Balam Acab, all’interno di questo contesto, è stato uno di tanti culti che si sono susseguiti incessantemente, sopratutto nel biennio 2011-2013. Il suo Wander / Wonder, togliendo le Witch dalla House, ovvero ribaltando l’esoterica su basi trap dei Salem, aveva di fatto dato vita a un sottogenere che poi si è rivelato cruciale per le evoluzioni future del filone, come quella operata in campo pop dai Purity Ring con Shrines, disco che in un certo senso ha segnato l’immaginario collettivo nel 2012. Fagocitato da altre underground star che si sono susseguite in casa Tri Angle (vedi Holy Other, Evian Christ, Vessel, ecc…), l’importanza del sound che Alec Koone aveva forgiato si è un po’ dissolta nel tempo, e di lui ci si è dimenticati soprattutto perché le pubblicazioni seguite all’EP See Birds e al citato esordio – produzioni carbonare e autoprodotte – sono tutte volutamente finite sottotraccia, con lo stesso autore a scomparire inesorabilmente dai radar.

Il nuovo disco, Child Death, ovvero il vero seguito di Wander / Wonder, arriva soltanto alla fine dello scorso anno, il 18 dicembre via Bandcamp, ed è una mossa in perfetto stile nascondista per un artista che non vuole farsi trovare all’appuntamento delle classifiche di fine anno. Lo ritroviamo in transizione verso una formula dream pop a bassissimo contenuto di campionamenti e con tanti ospiti al canto (Morgan Laubach, Kylyn Swann, Liz Yordy e Josie Hendry), e pure la sua voce (pitchata sulle note alte, ma tant’è) è aggiunta all’intingolo. La nuova infornata prevede fragili canzoni, e non più i loro profumi ottenuti dai campionamenti delle stesse trovate su internet. Le tracce conservano ancora quell’aura acquatica e pastorale, immerse in una coltre fumogena fuori dal tempo, eppure sono qualcosa di più suonato, anche latamente lugubre e non troppo distante dal classico Kranky sound dei ’90, che entra prepotentemente a far parte del nuovo sound. La svolta, a ben pensarci, è simile a quella operata da Ryan Hemsworth nel 2014, anche lui spostatosi con Alone For The First Time su territori indietronici. In Death Child i territori esplorati non sono completamente differenti, rientrano in certa estetica chiaroscurale di marca 4AD, e chiamano in causa anche certa shoegazetronica pastorale.

Quattro anni per dar un seguito allo splendido Wander / Wonder sono forse un po’ troppi per giustificare un lavoro che sembra la prima tappa di un nuovo percorso, piuttosto che un nuovo compiuto tassello di una personale estetica. Eppure la tracklist, sospesa tra il sulfureo e il floreale, conserva quel senso d’incanto proprio come la migliore produzione di Balam Acab. Il finale Underwater Forever merita già da solo l’acquisto del disco, e non solo per lo stacchetto à la Pc Music e gli azzeccati rimandi agli Animal Collective.

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