Recensioni

7.2

Si apre con un sonar da scandaglio marino il ritorno di Architeuthis Rex, quasi a voler mostrare la direzione dell’intero lavoro. Un ritorno che allarga le prospettive dell’ex solo-project dell’italianissima sigla: Antonio Gallucci, finora in splendida solitudine, include di fatto un secondo componente, la romana Crisne prossima al debutto in solo anch’essa, e si affranca dai lavori precedenti con una cesellatura di suoni d’ambito droning che per atmosfere generali e cura del particolare si mostra ormai matura.

Il crescendo dell’incipit Spacemetal #1 attira nei suoi gorghi come un mulinello marino, insieme alla speculare gemella Spacemetal #2 posta in chiusura di lavoro e accesa da un lavorio ritmico insistente e incalzante, aprono e chiudono un lavoro che è nero pece, tanto quanto lo splendido artwork post-Chtulu curato da Reuben Sawyer.

Ipnotico e latamente cinematografico, Urania è sin dalla scelta del titolo un lavoro che rimanda a certe forme arcaiche di sci-fi, tanto che più volte all’ascolto del disco a venire in mente è l’immaginario lovecraftiano affidato a libri cult come Le Montagne Della Follia o quello cinematografico da b-movie anni ’50-’60. Si ha sempre l’impressione di trovarsi in lande disabitate, di essere circondati da mostruose creature di un passato ormai dimenticato, di avvertire l’afflato cosmico al suo grado zero. Di perdersi nell’oscurità dei fondali oceanici come in quello delle distanze siderali del cosmo più lontano e inesplorato. Da una musica visionaria, miglior biglietto da visita, per quanto minaccioso e apparentemente privo di speranza, non si può attendere.

Tradotto in soldoni musicali, le stratificazioni di synth e chitarre, il sound processing, l’eterea voce femminile (che paga più di un pegno alla tradizione ethereal voices anglosassone) creano cupe atmosfere d’area industrial, tra visionaria ambient post-metal (Esione), ipnotici gorgoglii electro-carpenteriani (Basiliscus), inquientante trance music montante (Anfitrite).

Musica da un altro tempo, oltre che da un altro spazio, quella targata Architeuthis Rex. Ennesima prova dello spessore di certa musica italiana. Musica che non ha bisogno di molti santi in paradiso, in quanto all’empireo celeste preferisce posizionarsi nelle oscure profondità terrestri. Chapeau.

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