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L’espressione è quella di un Buddha in armonia con il creato. Quando fa il suo ingresso, la sala Santa Cecilia viene messa a dura prova da un boato – di applausi, si direbbe – senza precedenti. Antony Hegarty raggiunge il centro del palco muovendosi agilmente, con garbo, esibendo una silhouette ingombrante solo all’apparenza, avvolto in una mantella dai toni pastello, quasi a proteggerlo dal contatto con la terra. Ad accoglierlo, l’Orchestra Petruzzelli di Bari diretta dal maestro Rob Muse. Il Nostro è ormai un habitué dell’Auditorium Parco della Musica: nel 2005, sconosciuto al pubblico italiano, si è esibito per presentare il disco I Am a Bird Now; segue, nel 2006, la prima nazionale dell’emozionante progetto Turning, ideato con il regista Charles Atlas; nel 2009, invece, è sold out per The Crying Light, tanto che – a pochi mesi di distanza – la Cavea si accende di magia per una serata estiva da ricordare.

Antony, che da anni vive a New York, descrive il concetto racchiuso in Swanlights, l’ultimo album, come “il riflesso di luce sulla superficie dell’acqua di notte nel momento in cui uno spirito esce da un corpo e si trasforma in un fantasma violaceo”. L’impressione, provata invero più volte al cospetto dell’artista inglese, è quella di assistere all’esecuzione di una lunga sinfonia cantata e composta di più movimenti, interrotta per dare modo all’ascoltatore di riprendere fiato. La voce, morbida ed eterea, amabilmente fragile, a tratti sussurrata ma non per questo poco incisiva, spicca con discrezione tra i sottili ricami degli archi. Gli arrangiamenti di Antony e Nico Muhly sorprendono per la squisita raffinatezza: The Rapture e Cripple and the Starfish (quest’ultima prodotta da David Tibet dei Current 93) sono i prodromi di quel che verrà, ovvero Ghost e la schubertiana For Today I am a Boy, toccante al punto tale da invocare le lacrime e qualcuno, in prima fila, si arrende; seguono Epilepsy is Dancing e I Fell in Love with a Dead Boy, del cui testo è il mantra finale “Are you a boy/Are you a girl” a rilasciare pure vibrazioni energetiche; un interrogativo in nome di un amore particolarmente sentito e privo di qualsivoglia barriera. Ancora, sfilano Swanlights e Kiss My Name, l’incanto di Snowy Angel e Cut The World, mentre il contributo del light designer Chris Levine prende forma nei fasci di luce color speranza che illustrano lo spazio metafisico di ciascun brano. Salt Silver Oxygen inaugura un finale al cardiopalma: lo spirito ecologista di Another World e le dolci preghiere You Are My SisterThe Crying Light (“I was born to adore you as a baby in the blind/I was born to represent you/To carry your head into the sun/To carve your face into the back of the sun ”, da The Crying Light). Hope There’s Someone è il bis eseguito al piano per il quale, non avendo parole da spendere, ci sembra opportuno citare il gesuita Jean-Pierre de Caussade: “nell’abbandono l’unica regola è il momento presente; allora l’anima è leggera come una piuma, fluida come l’acqua, semplice come il fanciullo”.

Nel mezzo, il desiderio – raccontato agli astanti – di una rinascita al femminile, poiché le donne sono esseri dotati di infinita grazia e “gli uomini dovrebbero imparare ad osservarle”. Dunque, a ben vedere, siamo oltre l’androgino alchemico, verso un mondo superiore governato da sensibilità e giudizio. Niente male per uno a cui era stato altamente consigliato, in tenera età, di rinunciare al canto. Il raggio verde è passato di qui, ed è ora naturale leggere nei propri sentimenti e in quelli degli altri, con occhi puri e candido stupore. Chapeau.

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