Recensioni

Nel descrivere la musica degli Algiers l’accostamento più facile e immediato potrebbe essere quello con il post-punk. Spirito militante e testi di protesta sono gli elementi che contraddistinguono la band. Una forza evocatrice di quella attitudine ormai rara nella scena contemporanea, della quale negli ultimi anni si sono fatti carico altri gruppi come Sleaford Mods e le ottime Savages. Nel caso degli Algiers, però, le etichette di genere stanno strette, anzi strettissime. Lo scorso giugno hanno aperto, con un live a detta di molti portentoso, la data milanese del Global Spirit Tour dei redivivi Depeche Mode allo stadio San Siro. Purtroppo, di quel live, chi vi scrive non ha ascoltato neanche un minuto, perché arrivato troppo tardi in loco, quindi il loro ritorno per un’unica data italiana è stata la giusta occasione per vederli da vicino, nel piccolo Basement dell’Astoria.

Manca poco alla 23:00 quando acclamati a gran voce, gli Algiers salgono sul palco, ma solo per i minuti necessari ad accordare gli strumenti. Quando ormai l’attesa sembra prolungarsi troppo e il pubblico pare aver perso la pazienza, la band riappare e, senza dire una parola, rompe gli indugi con una devastante sequenza con i brani Cleveland e Animals. A sovrastare il basso di Ray Mahan, la potente voce di Franklin James Fisher intona urla rabbiose, sintonizzandosi immediatamente con un’audience rapita da un innegabile carisma. Senza neanche il tempo di respirare, parte il terzo estratto dall’ultimo album, The Underside Of Power, nonché una delle loro canzoni più riconoscibili, Death March. Nonostante gli animi posseduti di Ray Mahan, Lee Tesche e del batterista ultimo arruolato Matt Tong (già Bloc Party), la scena è tutta per Franklin, che scende dal palco e si unisce al pubblico.

I primi venti minuti del concerto sono folgoranti, dopodiché la band riprende l’album d’esordio regalando altre tre canzoni: Old Girl, Irony.Utilty.Pretext. e la funerea Remains. Anche nei momenti più introspettivi, gli Algiers dimostrano di essere esponenti di primo piano di un genere che combina musica elettronica a texture industriali, sulle quali innestano inni gospel e fragorosi cantati soul, come nel caso di Cry Of The Martyrs. Dopo poco più di tre quarti d’ora, e davanti ad un pubblico ipnotizzato, i quattro alternano momenti di pura adrenalina come Walk Like A Panther e Black Eunuch ad altri di struggente bellezza come Blood e l’incantevole Hymn For An Average Man. Quando ormai è mezzanotte passata e il gruppo sembra aver esaurito i migliori pezzi del repertorio, arriva il momento di una emozionante But She Was Not Flying e un colpo di grazia chiamato The Underside Of Power, con un epico cantato a chiudere impeccabilmente i giochi.

Gli Algiers fanno parte di quei pochi fortunati gruppi che regalano ancora emozioni dal vivo, e in questi tempi fatti di “press darlings” chinate su fiammanti laptop Apple, non è una cosa scontata. Il loro esordio discografico del 2015 fa seguito agli episodi di abusi e violenza avvenuti a Ferguson e Baltimora negli Stati Uniti per mano della polizia. Il manifesto che rappresentano è quello della resistenza, della lotta, dei pugni alzati: “ALL POWER TO THE PEOPLE”, recita il banner appeso dietro lo stage. Ci troviamo davanti a una band sincera, niente giochi di luce. Musica che affonda le radici nel soul proletario dei bassifondi americani, un po’ Stax per impegno sociale, un’ po Motown per stile musicale.

«What you try to control all your life It’s not a matter of fate, it’s just a question of time, and we all fall down». Un grandissimo plauso all’Astoria (ed al suo staff), che porta avanti una programmazione coraggiosa e di ottimo livello, e insieme a Spazio 211 si conferma tra le migliori location dove ascoltare musica live a Torino. Last but not least, impianto audio potente, ben calibrato sulla musica e non sulle orecchie dei presenti, altra cosa per niente scontata.

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